2° Domenica dopo Pasqua

 (1Pt 2,21-25;   Gv 10, 11-16)

4 maggio 2014

La prima immagine, la raffigurazione più antica di Gesù, non fu il Crocifisso, ma fu l’immagine del Buon pastore. La troviamo nelle catacombe di Roma, nelle catacombe di Priscilla e nelle catacombe di san Callisto già nel secondo secolo dopo Cristo.

I primi cristiani dovettero sentirsi particolarmente toccati e presi da questa immagine di Gesù al leggere e al meditare la pagina di Vangelo che noi abbiamo ora ascoltato, unitamente all’altra pagina di Vangelo, scritta da Matteo e da Luca, in cui Matteo e Luca raccontano la parabola del pastore che va in cerca della sua pecora perduta, e che, ritrovatala, la riporta all’ovile caricandosela sulle spalle. Infatti l’immagine di Gesù Buon pastore, nelle catacombe di Priscilla e di san Callisto, raffigura Gesù come un pastore che reca sulle sue spalle una pecora.

Gesù è il Buon pastore, il pastore che dà la vita per il suo gregge. E’ un pastore straordinario, questo pastore, che dà la vita per il suo gregge! Gesù dice che il mercenario, cioè un custode di pecore non proprie, che pascola le pecore per mestiere e dietro compenso, non arriva a mettere a repentaglio la propria vita per difendere le pecore che ha in custodia; ma, in verità, neppure un pastore vero arriva normalmente ad esporsi al pericolo di morte, al pericolo di rimanere ucciso per salvare il proprio gregge. La vita gli è più cara che il gregge stesso, anche se il gregge costituisse l’intera sua proprietà e tutti i suoi averi. Quel pastore che è Gesù, invece, è arrivato a dare la vita per noi; è stato crocifisso per noi. E lo ha fatto liberamente. Egli disse di sé: “Nessuno mi toglie la vita, ma la offro da me stesso, perché ho il potere di offrirla  e il potere di riprenderla di nuovo” (Gv 10,18).

E’ suggestivo che la Sacra Scrittura presenti Gesù, oltre che con l’immagine del pastore, anche con l’immagine dell’agnello. Giovanni battista indicando Gesù lungo le rive del Giordano esclama: “Ecco l’agnello di Dio, ecco colui che prende su di sé il peccato del mondo” (Gv 1, 29). E l’apostolo Pietro nella sua prima lettera esorta i cristiani così: “Voi sapete che non a prezzo di cose corruttibili, come l’argento e l’oro, foste liberati dalla vostra vuota condotta ereditata dai vostri padri, ma con il sangue prezioso di Cristo, come di agnello senza difetti e senza macchia” (1Pt 1,18-19). L’autore dell’Apocalisse descrive il corteo dei martiri in cielo avvolti in bianche vesti che seguono l’Agnello, Cristo, dovunque egli vada (Ap 14,4).

L’agnello è anche pastore; il pastore è anche agnello. Gesù è pastore in quanto agnello, in quanto agnello immolato per noi. Egli ci guida, ci pasce, ci nutre da buon pastore perché è l’agnello sgozzato, ucciso, e risorto per la nostra salvezza. Dalle ferite, dalle piaghe di quell’agnello, ci ha detto la prima lettura, noi siamo stati guariti. Le piaghe di Cristo-agnello sono la nostra medicina; da quelle ferite esce il sangue dell’Eucaristia; esce l’acqua dello Spirito Santo. Così piagato, Gesù-pastore fa arrivare a noi la riconciliazione con Dio; ci dona il perdono e la remissione dei peccati; apre a tutto il suo gregge la via ai pascoli eterni della vita.

Che grande pastore abbiamo! Che mite, dolce, tenero agnello abbiamo! Forse che non lo seguiremo? Forse che non lo ameremo? Ci metteremo forse dietro ad altri pastori, che col pretesto di guidarci e darci vita ci condurrebbero a pascoli avvelenati, a pascoli di morte?

Gesù, buon pastore, tienici stretti a te; non permettere che ci allontaniamo da te; saremmo perduti! O mite, innocente e buon agnello immolato sull’altare della croce per noi, fa che teniamo sempre davanti alla mente e  al cuore le tue piaghe, le tue ferite, per abbeverarci del tuo amore e della tua misericordia; per attingere da esse volontà di amarti e di dirti un “grazie” immenso, che da oggi, da questo momento, arrivi fino all’eternità e duri per sempre, per tutti i secoli dei secoli.

 

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