3° Domenica di Pasqua (forma ordinaria)

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( At 5,27b-32. 40b-41;   Ap 5,11-14;   Gv 21,1-14)

Duomo di Belluno, sabato 9 aprile 2016

“Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto al regno di Dio” (Lc 9,52). Queste parole di Gesù fotografano l’inizio del brano di Vangelo che abbiamo ora ascoltato. Si era sul lago di Tiberiade, in Galilea, dopo la risurrezione del Signore; sette apostoli, Pietro, Tommaso, Natanaele, Giacomo, Giovanni e altri due erano tornati su quel lago a pescare.

Erano di professione pescatori, pescavano in quel lago, e di lì un giorno era passato Gesù, li aveva chiamati; essi avevano lasciato lago, barche e pesci, avevano seguito il Maestro. Erano stati con lui in lungo e in largo per la Galilea, fino in Giudea, a Gerusalemme. Erano stati spettatori delle sue opere, dei suoi gesti di guarigione e di salvezza: “Nessuno ha mai fatto opere come lui”, si dissero. Avevano udito le sue parole, i suoi insegnamenti, Pietro disse: “Tu hai parole di vita eterna, da chi altri andremo, Signore?” (Gv 6,68). Avevano seguito Gesù fino alla vigilia della sua passione; erano stati con lui il giorno delle Palme nel suo ingresso trionfale a Gerusalemme. Poi Gesù era stato preso, condannato a morte, messo in croce; era morto ed era risorto… ed essi ora erano tornati sul lago di Tiberiade, in Galilea, a pescare, a fare ciò che avevano fatto prima di avere conosciuto Gesù, prima di essersi coinvolti nell’avventura di lui.

Ma, e la missione? E l’annuncio di Gesù risorto e del Vangelo da portare in tutto il mondo? Come mai quegli uomini erano tornati in Galilea a pescare? Fu, quello, un momento di defaillance degli apostoli, un momento di oscuro ritorno alla loro vita di una volta. “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto al regno di Dio”, aveva detto Gesù. Quegli apostoli non erano adatti ad annunciare il regno di Dio, a lavorare per esso.

Ma Gesù li rese tali. Egli, il risorto, li recuperò. Andò ad incontrarli e a riprenderli sul lago di Tiberiade, là dove essi erano finiti nella debolezza del loro indietreggiare. Gesù fece un miracolo, riempì la loro barca di pesci, preparò per loro un pranzo, si fece da essi riconoscere. “E’ il Signore!”, esclamò Giovanni; e Pietro si lanciò in acqua verso Gesù; e tutti insieme pranzarono con il Signore. Il Signore recuperò i suoi apostoli e li riammise nel compito, nella missione. Ad essi avrebbe poi detto: “Andate e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre e del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato” (Mt 28,19-20); e gli apostoli sarebbero andati, affrontando ostilità e persecuzione, come ci ha detto la prima lettura.

Il Signore risorto è un Signore che recupera. Quante volte l’uomo cade nel suo cammino; quante volte viene meno ai suoi impegni, alle sue promesse e finisce lontano dal bene, lontano dal vero, lontano dal giusto! Torna indietro. E il Signore sempre lo recupera, sempre gli tende la mano e sempre gli rivolge una parola di incoraggiamento e di speranza. Gesù ha recuperato perfino il buon ladrone sulla croce, nell’ultimo istante di vita…

La vittoria del Risorto è proprio questa capacità di recupero nei confronti di ogni uomo. Nessuno deve sentirsi definitivamente perduto, perché sempre ha davanti a sé, vicino a sé, il Signore del recupero. Gesù non solo sa recuperare, ma sa riempire di bene, di virtù e di salvezza la vita di chi si fosse allontanato e ritirato da lui, come fece con i suoi apostoli riempiendo la loro barca di pesci.

E’ vera la parola di Gesù: “Nessuno che ha messo mano all’aratro e poi si volge indietro è adatto per il regno di Dio”, ma è vero anche che egli, nella sua onnipotenza e nella sua bontà, è sempre pronto a riabbracciarci e a renderci di nuovo adatti e degni del suo regno.

don Giovanni Unterberger

 

 

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