3a Domenica dopo Pentecoste (Forma Straordinaria)

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(1 Pt 5,6-11;   Lc 15,1-10)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 5 giugno 2016

La pecora e la moneta si erano perdute. La moneta senza colpa, la pecora forse per sua colpa; forse si era allontanata dal gregge; aveva visto dell’erba fresca un po’ più lontano e si era attardata a brucarla perdendo il contatto col gregge; o forse si era sporta troppo sopra un dirupo fino a cadervi dentro.

L’orazione di Colletta ci ha fatto chiedere una cosa importante; ci ha fatto dire: “O Signore, moltiplica su di noi la tua misericordia affinché, sotto la tua guida e il tuo governo, passiamo attraverso le cose temporali in modo da non perdere quelle eterne”. Siamo nel pericolo di passare attraverso le cose temporali, le cose di questo mondo, perdendo di vista, e magari perdendo del tutto, quelle eterne. Non vogliamo che ciò accada.

Le cose di questo mondo sono belle, il Signore le ha create belle; le cose di questo mondo sono piacevoli, il Signore le ha create piacevoli; per la nostra gioia. Ma esse non devono diventare idoli; non devono attrarci a sé fino a legarci a sé, fino a farci dimenticare che non sono il tutto e non sono il definitivo; fino a farci dimenticare che noi siamo fatti per beni migliori e più duraturi.

Il grande sant’Agostino si era attardato nelle cose temporali: aveva inseguito un suo ideale di conoscenza e di sapere; aveva indagato e scandagliato varie filosofie, pensando di darsi in questo modo statura; aveva amato in modo sbagliato una donna, da cui ebbe un figlio senza esserle sposato. Si convertì, e si mise nella strada del Signore. Nel suo libro “Le confessioni” scrisse, rivolgendosi a Dio: “Tardi ti ho amato o bellezza così antica e così nuova, tardi ti ho amato! Ed ecco che tu eri dentro di me e io ti cercavo fuori. Deforme com’ero, mi gettavo sulle belle forme che tu hai creato. Tu eri con me, ma io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che non esisterebbero se non fossero in te”. Sant’Agostino aveva capito che i beni temporali, belli e in se stessi buoni, l’avevano distratto e tenuto lontano da Dio, gli avevano fatto perdere di vista i beni del cielo.

Lattanzio era un retore famoso; nato pagano in Africa intorno al 260 d.C., si era fatto cristiano e scrisse varie opere in difesa del Cristianesimo. In una di esse egli esorta i cristiani a tenere ben presente davanti alla mente la meta del paradiso, i beni del cielo, i beni eterni, e dice: “Di coloro che nei giorni di festa corrono il palio vi è mai capitato di vedere qualcuno che, se durante la corsa ode una bellissima musica, si fermi ad ascoltarla? O che se lungo la strada vede qualcosa di molto bello e attraente si fermi ad osservarlo? Certamente no. Ciò che egli sente e vede lungo la via non lo distoglie dal correre verso la meta. La meta lo attira; verso la meta è teso tutto il suo desiderio e tutto il suo sforzo”. Così -conclude Lattanzio- dev’essere il correre del cristiano, un correre verso il paradiso, un correre che non si lascia frenare e fermare da nulla.

Nella prima lettura che abbiamo ascoltato l’apostolo Pietro ci ha avvertiti che siamo insidiati da un leone ruggente che ci circuisce, Satana. Questo leone ruggente ci vuole in tutti i modi ingannare, per morderci. Menzognero com’è, egli si serve anche della bellezza e della bontà delle creature per distoglierci da Dio. Ci vorrebbe fare convinti che le creature ci bastano e ci sono sufficienti; che possiamo riposare in esse e saremmo felici. L’orazione di Colletta ci ha fatto chiedere al Signore l’aiuto per passare attraverso le cose temporali così da non perdere quelle eterne.

Dalle cose eterne non dobbiamo distogliere lo sguardo mai. Le cose eterne -dice l’apostolo Pietro nella sua prima lettera- sono cose e realtà in cui “gli angeli desiderano fissare lo sguardo”, tanto sono meravigliose, grandi e belle (1Pt 1,12); e noi non fisseremo lo sguardo in esse? San Paolo scriveva ai Corinzi: “Noi non fissiamo lo sguardo sulle cose visibili, ma su quelle invisibili. Le cose visibili sono di un momento, quelle invisibili sono eterne” (2 Cor 4,18).

Dio; la sua amicizia; la sua vita; la sua volontà; la sua alleanza; la felicità del cielo che egli vuole donarci; la comunione con tutti i santi in paradiso… queste sono le cose eterne in cui vale la pena fissare lo sguardo! Noi guarderemo lì, noi fisseremo lo sguardo lì; e passeremo allora attraverso le cose temporali senza perdere quelle eterne.

don Giovanni Unterberger

 

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