13a domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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Gal 3,16-22;   Lc 17,11-19

Belluno, chiesa di s. Stefano, 14 agosto 2016

Gesù era in viaggio verso Gerusalemme. Stava attraversando la Samaria, quando un gruppo di lebbrosi lo scorse e si mise a gridare: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!” Quei lebbrosi dovevano conoscere Gesù, o almeno dovevano averne sentito parlare in termini di un uomo capace di guarire, capace di compiere guarigioni prodigiose; e insieme di un uomo generoso, incline a commuoversi e ad intervenire là dove c’era un problema, una sofferenza, un dolore.

Quei lebbrosi non si sbagliavano: Gesù era proprio una persona buona, sensibile, pronta a venire incontro all’uomo bisognoso; e insieme era una persona capace di cambiare le situazioni dolorose degli uomini. Per cui quei lebbrosi si misero a gridare: “Gesù, maestro, abbi pietà di noi!”

La finale del racconto ci ha fatto sapere che uno dei lebbrosi, quello che, dopo essere stato guarito, tornò a ringraziare Gesù, era un samaritano. Probabilmente erano samaritani anche gli altri nove, perché Gesù, in quel momento, si trovava ad attraversare la regione della Samaria. Tra i samaritani e gli altri ebrei non correva buon sangue; a Gesù era capitato che in un precedente viaggio attraverso la Samaria in compagnia degli apostoli, gli abitanti di un villaggio non li avessero accolti, li avessero fortemente rifiutati ( cfr Lc 9,51-53); ma Gesù non era tipo da lasciarsi condizionare dai modi con cui veniva trattato, e in quel’occasione non si mise a chiedersi: “Questi lebbrosi sono galilei? sono giudei? sono samaritani?” Egli li guarì indipendentemente da ciò che erano, indipendentemente dalla loro caratterizzazione e appartenenza all’uno o all’altro ceppo di ebrei. Gesù era simile al Padre celeste, “che fa sorgere il suo sole sopra i malvagi e sopra i buoni, e fa piovere sopra i giusti e sopra gli ingiusti” (Mt 5,45). Gesù aveva il cuore aperto verso tutti.

Siamo noi ad essere inclini e facili a fare distinzioni, a catalogare e ad etichettare le persone. Facilmente le classifichiamo in persone a modo o non a modo; in persone simpatiche o antipatiche; di valore o di poco valore; utili a noi o di nessuna utilità. E la classifica la fissiamo in base al nostro ‘io’, al nostro egoismo, al nostro interesse, alla nostra sensibilità. Per cui alcuni li accogliamo e altri li respingiamo. Non così faceva Gesù; e non così fa Dio. Dio ci considera tutti suoi figli, e verso tutti conserva un volto buono, un cuore aperto, mani pronte a donare.

Il lebbroso samaritano che tornò indietro a ringraziare Gesù d’averlo guarito aveva un cuore capace di riconoscenza. Certamente dovette sentirsi grato a Gesù per averlo guarito (chissà da quanto tempo era ammalato); ma forse un secondo motivo si aggiunse a spingerlo a ringraziare Gesù: il fatto che a guarirlo non era stato un samaritano, ma un galileo, uno che non aveva particolari motivi per guarirlo; anzi, che aveva piuttosto motivi per non interessarsi di lui e per lasciarlo nella sua malattia. Quel lebbroso samaritano dovette avvertire una somma gratuità nell’intervento di Gesù, una gratuità che lo commosse, gli toccò il cuore, e lo fece tornare a dire ‘grazie’.

Se anche noi riusciremo a capire l’assoluta ed estrema gratuità con cui siamo amati e graziati da Dio, avremo la capacità di ringraziare, di lodare e di amare molto il Signore; e diventeremo capaci di essere gratuiti verso tutti, capaci di non operare ingiuste distinzioni, classificazioni e catalogazioni nei riguardi dei fratelli, cose che sono il segno triste di un amore debole e di un cuore ancora malato.

don Giovanni Unterberger

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