15° Domenica dopo pentecoste (forma straordinaria)

(Gal 5,25-26;   Lc 7,11-16)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 28 agosto 2016

Il brano di Vangelo che abbiamo ascoltato ci presenta un miracolo di Gesù veramente grandioso: la risurrezione di un ragazzo. Ma il cuore di questo racconto non è propriamente il miracolo, bensì la tenerezza di Gesù verso la mamma di quel ragazzo. E’ vedendo quella mamma in lacrime che aveva perso il marito e che ora stava accompagnando al cimitero il suo unico figlio, che Gesù se la sentì entrare nel cuore quella mamma e, preso da compassione per lei, le risuscitò il figlio. “Non piangere!”, le disse, e le ridonò il figlio vivo.

“Non piangere!”. Quanto bisogno abbiamo tutti di sentirci dire così, di sentirci dire queste parole: “Non piangere!”. Non sono tutte visibili le lacrime che gli uomini e le donne versano; non sono solo le lacrime evidenti che rigano e solcano il volto delle persone, le lacrime che vengono versate nel mondo. Quante lacrime nascoste! Quante sofferenze intime e profonde che nessuno conosce! Quanti cuori spezzati dentro le persone!

E quanto bisogno ha il mondo di uomini, di donne ricche di compassione, che sappiano dire al fratello, alla sorella, al povero, all’anziano, al malato, al disoccupato, al profugo, al solo: “Non piangere!”. Persone che sappiano farsi vicine, prossime in modo concreto, come si fece vicino e prossimo in modo concreto quel giorno a Nain Gesù a quella povera madre in pianto! Di compassione c’è bisogno infinito nel mondo, perché infinito è il dolore nel mondo.

La vedova di Nain portava a sepoltura il suo figlio, ed aveva, sepolta nel cuore ormai, ogni speranza. La morte era morte; era morte nel figlio, ed era morte nel suo cuore. Ma Gesù le diede speranza. Le risuscitò il figlio e risuscitò la sua speranza.

“Non piangere!”, siamo chiamati a dirci gli uni gli altri tra noi; siamo chiamati a donarci gli uni gli altri speranza. La speranza ritorna grande e immediata nel cuore di chi è nel dolore, se si sente capito; di chi è nel bisogno, se si vede soccorso; di chi è solo, se avverte una presenza buona accanto a sé. Possiamo darci tutti speranza. Il Signore vuole che ci diamo gli uni gli altri speranza. Egli vuole che facciamo ciò che faceva lui.

Madre Teresa di Calcutta scrisse che a commuoverla profondamente non era solo lo stato pietoso dei malati e dei moribondi sui marciapiedi di Calcutta, ma era ancor di più il lampo di speranza che vedeva accendersi e brillare negli occhi dei poveri e dei malati su cui ella si chinava. Quello sguardo la commoveva! La commoveva il modo con cui quei poveri e quei malati si aggrappavano a lei. Con speranza!

“Sono la matita di Dio”, scrisse di sé Madre Teresa. Madre Teresa fu la matita che scrisse sul libro della storia dell’umanità a grandi caratteri la parola ‘misericordia’, la parola ‘compassione’, le parole ‘compassione e misericordia di Dio’, fonte e sorgente di speranza per molti. Sono belle queste sue righe: “Cristo non ha più mani, ha le nostre mani per soccorrere i poveri. Cristo non ha più piedi, ha i nostri piedi per correre dove c’è chi soffre. Cristo non ha più occhi, ha i nostri occhi per vedere il dolore dei fratelli. Cristo non ha più cuore, ha il nostro cuore per amare, per capire, per stare accanto a chi è nel  bisogno.

Nain era un piccolo villaggio al tempo di Gesù, ed è un piccolo villaggio ancora oggi. Ma da quel piccolo villaggio ci viene un grande messaggio: Gesù è un uomo ed è un Dio di compassione. Egli ha compassione di noi, di ciascuno di noi, nelle nostre prove e nelle nostre tribolazioni. E da quel piccolo villaggio ci viene una grande esortazione: “Sii anche tu compassionevole verso i fratelli; fatti accanto a chi soffre e suscita speranza”.

don Giovanni Unterberger

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