25° Domenica del Tempo ordinario (forma ordinaria)

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Duomo di Belluno, 18 settembre 2016

E’ brutto prendere abbagli. E’ pericoloso prendere abbagli. L’amministratore disonesto della parabola che abbiamo ora ascoltato aveva preso un abbaglio: aveva pensato di poter amministrare a suo piacimento i beni del suo padrone; aveva pensato di poter sfruttare i clienti del suo padrone esigendo da loro più del dovuto; si era lasciato abbagliare dalla ricchezza, dal denaro, da un ingiusto e facile guadagno. Ne erano rimasti abbagliati anche i ricchi possidenti in Israele al tempo del profeta Amos di cui ci ha detto la prima Lettura (si era intorno al 760 a.C.), i quali non desideravano se non di arricchire ancora di più, imbrogliando e alterando pesi e misure a danno della gente.

La ricchezza abbaglia. Le creature spesso, se non stiamo accorti, abbagliano. Le creature sono belle; Dio le ha create sane e belle, dice la Sacra Scrittura; le ha create con dentro di esse un raggio della sua bellezza, del suo splendore, della sua gloria. E quella bellezza, quello splendore e quella gloria sono, nella mente di Dio, oltre che un regalo per noi che siamo fatti e abbiamo bisogno di bellezza, anche un invito e una scala a salire fino a lui, che è la bellezza infinita, la bellezza senza confini, la fonte e la sorgente di ogni bellezza.

San Francesco sapeva vedere le creature così, le sapeva vedere belle della bellezza di Dio; sapeva vedere in esse la stessa bellezza di Dio. E lodava il Signore: “Laudato si’, mi’ Signore, con tucte le tue creature, specialmente messer lo frate sole, lo quale iorna, et allumini noi per lui. Et ellu è bello e radiante cum grande splendore: de te, Altissimo, porta significatione. Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle… per frate vento… per sor’ acqua… per frate focu…”. San Francesco nelle creature vedeva Dio, un’orma  e un segno di lui.

Non così sant’Agostino prima della conversione. Nel suo libro “Le Confessioni” egli scrive: “Tardi ti amai, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti amai. Tu eri dentro di me e io ero fuori. Là ti cercavo. Deforme, mi gettavo sulle belle forme delle tue creature. Eri con me ed io non ero con te. Mi tenevano lontano da te le tue creature, che neppure esisterebbero se non esistessero in te” (Le Confessioni, libro x,27).

Ero ‘deforme’, dice di sé sant’Agostino. Ero deforme dentro nel cuore e, deforme, sbagliato dentro, avido e voglioso di possesso, di sfruttamento, di insano piacere da spremere dalle creature, mi gettavo malamente su di esse. Erano belle le tue creature, Signore, ma io ero deforme, e in esse non riuscivo a vedere la tua bellezza. La loro stessa bellezza mi teneva lontano da te, bellezza increata. “Ma mi chiamasti, e il tuo grido sfondò la mia sordità; balenasti, e il tuo splendore dissipò la mia cecità; diffondesti la tua fragranza, e io respirai; ora anelo verso di te”.

Abbiamo bisogno anche noi, come sant’Agostino, di un aiuto dal Signore per anelare pienamente a lui, per non essere preda delle creature, catturati da esse. Ci è tanto facile, per la nostra debolezza, fermarci a ciò che si vede, a ciò che si tocca, a ciò che si gusta, mentre siamo fatti per una bellezza più grande.

I ricchi al tempo di Amos si lasciarono abbagliare dal desiderio di diventare sempre più ricchi; l’amministratore disonesto della parabola si lasciò abbagliare dall’occasione di impostare il proprio lavoro a proprio ingiusto interesse; il pericolo di lasciarci abbagliare da ciò che può portarci lontano da Dio è sempre presente.

Ci dia il Signore gli occhi di san Francesco, gli occhi di sant’Agostino convertito; ci dia la sapienza del cuore e la limpidezza di sguardo che sa vedere Dio in tutte le sue creature. “Beati i puri di cuore: essi vedranno Dio” (Mt 5,8).

 

don Giovanni Unterberger

 

 

 

 

 

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