Il perdono di Dio

Qualche anno fa, in occasione della Giornata missionaria mondiale, venne a parlarci un anziano missionario bergamasco, reduce dall’India dopo trent’anni di missione. Ci descrisse l’ambiente sociale, culturale e religioso di quella terra e di quella popolazione. Una cosa in particolare m’impressionò di quanto egli disse: le poche conversioni al Cristianesimo che era riuscito a fare in tanti anni. “Ne ho convertiti pochi a Cristo – disse – e sapete perché? Sapete qual è la difficoltà maggiore che quella gente prova per convertirsi al Cristianesimo? È l’idea che il Cristianesimo ha di perdono, di un Dio che perdona tutto e sempre, gratuitamente”. E ci ha spiegato la concezione del ‘karma’ che hanno gli indù. Gli indù pensano che ogni azione cattiva compiuta debba essere espiata; così come ogni azione buona compiuta debba essere premiata. Se io compio un’azione cattiva devo subire una pena, devo riparare, devo espiare. Non è possibile essere esentati da questa legge di pura giustizia: è pura giustizia. Ci disse che addirittura il terribile tsunami che colpì quelle terre nel 2004 venne letto e interpretato in questa chiave: “Ci è capitato questo male – diceva la gente – perché dovevamo espiare tante colpe”. La religione induista non possiede l’idea di una remissione delle colpe, di un Dio che gratuitamente perdona. “Per cui – continuava quel missionario – molti restano nella loro religione per l’incapacità di accogliere il messaggio di perdono del Cristianesimo, mentre, chi riesce ad accoglierlo, si sente profondamente liberato e sollevato nella sua vita.

La fede cristiana ci parla di un Dio misericordioso; non solo la rivelazione portataci da Gesù ce lo ha detto, ma già nell’Antico Testamento ciò è affermato. Mi fece grande impressione e mi commosse una lezione che ascoltai al Pontificio Istituto Biblico quando lo frequentai, nel lontano 1969. Il professore di esegesi biblica ci stava commentando il libro del profeta Osea, e si soffermò a lungo sul bellissimo secondo capitolo. In quel capitolo il profeta Osea paragona la relazione tra l’uomo e Dio alla relazione tra lo sposo e la sposa. Tra l’uomo e Dio – dice il profeta – corre una relazione sponsale: Dio è lo sposo, l’uomo la sposa. L’uomo è spesso infedele a Dio, si dà ad altri amori e abbandona il suo Sposo, diventando – per così dire – sposa adultera. Ma Dio, sposo fedele e ricco d’amore, è pronto e desideroso di riprendere a sé, in nuove nozze, l’uomo-sposa infedele, e dice: “Ti farò mia sposa per sempre, ti farò mia sposa nella giustizia e nel diritto, nell’amore e nella bene-volenza, ti farò mia sposa nella fedeltà” (Os 2,21-22).

Il professore ci fece notare la triplice ripetizione, in quelle poche parole, dell’espressione ‘ti farò mia sposa’, e ci disse: “L’espressione ‘ti farò mia sposa’ traduce il verbo ‘aràs’ (אָרֵשֹ) del testo originario ebraico, verbo che in tutto l’Antico Testamento ricorre solo altre otto volte, e sempre e solo per indicare un giovane che sposa una ragazza ‘vergine’. Il profeta, usando questo verbo per esprimere le nuove nozze che Dio offre all’uomo, sua sposa infedele e adultera, vuole insegnare che Dio, quando riprende a sé l’uomo peccatore, lo rifà nuovo; lo rifà ‘vergine’, da ‘adultero’ che era; lo ricostruisce pienamente e totalmente, da rovinato che era. L’uomo non è più quello che era per il peccato; San Paolo dice: “In Cristo siamo fatti nuova creazione” (2Cor 5,17).

Quanto è consolante ciò! Dopo che ci siamo pentiti dei nostri peccati, dopo che dal sacerdote abbiamo ricevuto l’assoluzione, noi non siamo più segnati dal peccato che abbiamo commesso; noi possiamo guardarci come se il peccato non lo avessimo commesso, perché Dio ci guarda così: ci guarda e ci vede fatti nuovi, rifatti ‘vergini’ dal suo amore! Quanto grande è l’amore misericordioso del Signore! Quanto meraviglioso e stupendo è il suo perdono! Quasi incredibile….; resta purtroppo ‘incredibile’ a tutti coloro che rimangono rinchiusi dentro l’idea del ‘karma’.

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