14a domenica del Tempo Ordinario (forma ordinaria)

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(Zac 9,9-10;   Rm 8,9.11-13;   Mt 11,25-30)

 

Duomo di Belluno, sabato 9 luglio 2017

E’ dolce e incoraggiante l’invito di Gesù: “Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”. Venite a me. Venite a me non solo se siete buoni, se siete santi, se mi avete sempre amato e se avete sempre obbedito ai miei comandamenti; ma venite a me se siete stanchi e oppressi, foste anche peccatori, aveste anche percorso vie sbagliate nella vita, e mi aveste mille volte dimenticato e tradito. “Venite a me, e io vi darò ristoro”, perché vi voglio bene.

Gesù ci vuole bene, e si piega su di noi, sulle nostre fatiche, sulle nostre fragilità, sulle nostre debolezze, sulle nostre preoccupazioni e paure, su tutto ciò che ci pesa e ci opprime. Chi non ha dei pesi sul cuore? Chi non ha bisogno di sentirsi dire: “Vieni, che ti aiuto”? Possiamo dircelo tra di noi, e ciò ci è di grande sollievo; e ce lo dice Gesù. Lui ce lo dice anche là dove nessun fratello e nessuna sorella potrebbe portarci vero e pieno ristoro, perché esiste una parte e un qualcosa di noi che non è raggiungibile e penetrabile da nessun fratello e da nessuna sorella, e che può essere raggiunto e toccato solo dal Signore. “Venite a me; io vi ristorerò”.

Al tempo di Gesù tutti correvano a lui: “dalla Giudea, da Gerusalemme, dall’Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone”, dice l’evangelista Marco (Mc 3,8). E l’evangelista Luca nota: “Al calar del sole, tutti quelli che avevano infermi colpiti da malattie di ogni genere li conducevano a lui. Ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva; perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 4,40; 6,19).

Nel romanzo ‘I promessi sposi’ è celebre la pagina della notte dell’Innominato. Il Manzoni descrive in modo mirabile e fortemente coinvolgente il travaglio di quell’uomo, avvezzo a soprusi e ingiustizie che, roso dai rimorsi, per tutta la notte non riesce a dormire, e che al mattino, scorgendo dal suo castello, giù nella valle, un fiume di gente festosa che si recava alla Messa celebrata dal cardinal Federigo giunto in quel villaggio, decide di incontrare il cardinale anche lui. L’Innominato, dopo l’abbraccio del cardinale, sentendosi perdonato, esclama: “Dio veramente grande! Dio veramente buono! Io mi conosco ora, comprendo chi sono; le mie iniquità mi stanno davanti; ho ribrezzo di me stesso; eppure!… eppure provo un refrigerio, una gioia, sì una gioia, quale non ho mai provato in questa mia orribile vita!” (‘I promessi sposi’, cap. XXIII). Il Signore, quando perdona, ristora. Abbiamo sperimentato più volte anche noi questo ristoro, quando ci siamo inginocchiati davanti al sacerdote e abbiamo chiesto perdono. Il Signore ci ha ristorati.

Suor Anna Nobili è una suora di quarantasette anni. Racconta di sé: “A ventidue anni cominciai a fare la ballerina. Tutte le notti le trascorrevo nelle discoteche hard di Milano, e nel fine settimana facevo la cubista e l’intrattenitrice. Avevo successo, e anche soldi, ma non ero felice. Mi accorgevo che gli uomini mi guardavano soprattutto per il mio corpo. Mi mancava qualcosa che mi riempisse il cuore e la vita. Aiutata da mia mamma, incominciai a pregare, e conobbi il Signore. Mi sentii conquistata da lui, dal suo amore, e mi feci suora. Ora il mio cuore riposa contento”. Il Signore ristora e dà un ristoro che il mondo, con tutti i suoi piaceri, non riesce a dare.

Gianna Berretta Molla era una pediatra, madre di tre piccoli bambini. Nel corso della quarta gravidanza si ammalò di tumore all’utero, e preferì morire anziché accettare cure che avrebbero arrecato danno alla creatura che portava in grembo. Morì nel 1962, a trentanove anni, e fu canonizzata da papa Giovanni Paolo II nel 2004. Nel suo dolore e nella sua scelta drammatica era serena, dava conforto al marito. Si sentiva ristorata; ristorata dal Signore che sa essere ristoro e conforto anche nelle prove più difficili e più dure che una persona deve affrontare.

“Venite a me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e io vi darò ristoro”, ci dice Gesù. Ricorriamo a tutti i ristori, anche umani, che il Signore nella sua bontà e provvidenza ci offre e ci mette a disposizione, quale padre che si prende cura di noi sue creature; il Signore è contento di ciò; ma non dimentichiamo lui. Egli è il consolatore perfetto; egli è colui che può dare ristoro anche là ove non ci fosse umano ristoro.

don Giovanni Unterberger

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