5a domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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( 1Pt 3,8-15;   Mt 5, 20-24 )

 

         Belluno, chiesa di s. Pietro, 9 luglio 2017

“Non uccidere”, fu detto in antico; l’uccisine è gesto di violenza. Ma anche l’ira è gesto di violenza; anche l’insulto verbale è gesto di violenza, benché minore dell’uccidere. Gesù chiede ai suoi discepoli il bando e la rinuncia ad ogni forma di violenza, sia pur minima; anzi chiede addirittura di rispondere alla violenza con un gesto di mitezza: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra” (Mt 5,39). Gesù chiede ciò, lui, il mite; lui che -come dice la prima lettera di Pietro- “oltraggiato non rispondeva con oltraggi, e soffrendo non minacciava vendetta, ma rimetteva la sua causa a colui che giudica con giustizia” (1Pt 2,23). “Imparate da me, che sono mite e umile di cuore”, egli disse (Mt 11,29). La mitezza fu il suo modo d’agire, fu il suo stile; sulle colline di Galilea proclamò: “Beati i miti, perché avranno in eredità la terra” (Mt 5,5).

Il mite non offende; il mite non colpisce, non ferisce; non odia. Etty Hillesum era una ragazza ebrea; fu internata nel campo di concentramento di Auschwitz e vi morì nel 1943, all’età di ventinove anni. Nel suo diario scrisse: “Dalla piccola finestra della mia baracca vedo le S.S. passeggiare armate nel cortile e mi viene di odiarle. Ma mi dico: Non voglio odiare. Se odio, aggiungo odio all’odio e l’odio nel mondo diventerebbe più grande”. La mitezza è la virtù dei forti, si dice; infatti il violento è, nel profondo, un debole. Trattarsi con mitezza è segno d’amore, e favorisce l’amore.

Essere miti non richiede tuttavia di subire supinamente tutto e sempre senza mai reagire in alcun modo. Gesù stesso, al soldato che lo colpì in faccia ingiustamente, disse: “Se ho parlato male, dimostrami dov’è il male; ma se ho parlato bene, perché mi percuoti?” (Gv 18,23). Conosciamo la reazione mite, ma decisa e ferma, del Mahatma Gandhi in India e di Martin Luther King in America. Reazioni fruttuose.

C’è una mitezza, poi, da avere anche nei confronti di Dio: saper accogliere e accettare i momenti dolorosi della propria vita. Il mite ha pazienza, non si scaglia, non si ribella, non rimprovera Dio per quanto gli accade. Il mite attende di essere liberato; e attende con fiducia, con speranza, con continua e insistente preghiera. Sa che Dio è padre, e che in ogni momento e situazione egli ha cura di lui; crede alle parole di sant’Agostino: “Se Dio ha permesso che tu soffra, è perché ne sorge un bene che tu oggi non conosci ancora”. Il mite non si ribella a Dio.

E c’è pure una mitezza da aver con se stessi. Il mite accetta se stesso, accetta di essere vecchio, accetta di essere malato. Accetta i propri limiti, i propri difetti, i propri peccati, come debito da pagare alla natura fragile e misera di cui è fatto. Il mite combatte e condanna il proprio peccato, ma non condanna se stesso; si affida piuttosto, pentito e confidente, alla misericordia di Dio. Così come condanna il peccato altrui, ma non condanna il peccatore.

La mitezza è una virtù sommamente importante. Nel mondo c’è tanta violenza; c’è violenza nel mondo della politica; nel mondo dell’economia; nel mondo della cultura e delle idee: c’è violenza, spesso, nel rapporto uomo-donna. E la violenza non fa che distruggere e lasciare macerie dietro a sé. Gesù ci propone la mitezza. La mitezza è uno dei frutti dello Spirito Santo. Dice san Paolo: “Il frutto dello Spirito è amore, gioia, pace, bontà, fedeltà, mitezza” (Gal 5,22). Con la mitezza le relazioni umane fioriscono; i cuori si aprono; il dialogo prende forza; la comunione si approfondisce e diventa piena. Gesù ha detto: “Imparate da me che sono mite e umile di cuore” (Mt 11,29), e noi gli diciamo: “Cuore di Gesù, rendi il mio cuore simile al tuo”.

don Giovanni Unterberger

 

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