11^ domenica del Tempo Ordinario

Vincenzo Campi – Fruttivendola – 1580

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(Ez 17,22-24; 2Cor 5,6-10; Mc 4,26-34)

12 giugno 2021, risalente a sabato 16 giugno 2012

Fiducia e speranza sono disposizioni interiori e virtù tanto difficili per l’uomo.

Troppe cose, e cose troppo frequenti, mettono in difficoltà la fiducia e la speranza, le intaccano e vorrebbero spegnerle nel cuore dell’uomo.

Anche per i discepoli di Gesù, e per la Chiesa all’indomani della Pasqua, era così. Gesù aveva annunciato il Regno di Dio, aveva parlato di una nuova umanità, di un mondo che sarebbe stato diverso, ma dov’era questo cambiamento? Egli non era riuscito che a radunare attorno a sé un piccolo gruppo di persone, ma tutto il resto del mondo continuava a correre sulle strade di sempre.

Gesù, per dare speranza e fiducia ai suoi, raccontò le parabole che abbiamo ora ascoltato nel Vangelo.

Il Regno di Dio, cioè la realtà nuova portata da lui e immessa da lui nella storia dell’umanità; il Regno di Dio, che è la potenza salvifica e rinnovatrice di Dio, è come un seme seminato in un campo, è come un granello di senape.

Che interessante quel seme, e che forte! Che interessante quel granello di senape, e che forte! Nella prima parabola, quella del seme, sono due gli aspetti importanti che vanno notati. Marco, nel raccontarla, mette in contrasto la brevità dell’opera del contadino con il tempo lungo dello sviluppo e della crescita del seme. L’opera del contadino è presto detta: “egli getta il seme”, e poi, alla fine, “manda la falce a mietere”; invece il tempo del seme è lungo: il terreno produce prima lo stelo, poi la spiga, poi il chicco pieno nella spiga, fino a che il frutto diventa maturo. Un tempo lungo. E un tempo misterioso, perché si svolge nel segreto della terra, e si svolge in modo del tutto sconosciuto al contadino: come ciò avvenga, “egli non lo sa”, dice Marco.

Che significato ha questo tempo che tanto si protrae e in cui tutto pare inerte, nulla si vede, e che è il tempo della storia umana?

Dio sembra tacere e non fare nulla in tutto questo tempo. La parabola risponde che questo tempo lungo è il più importante: è il tempo della crescita e di impensabili trasformazioni, tempo decisivo; tempo dell’azione di Dio, e non della sua assenza. È inattivo il contadino, non il seme, non Dio. Il fatto che tutto avvenga invisibilmente e misteriosamente, non è segno del non agire di Dio, ma del suo modo diverso di agire, per cui nel cuore dell’uomo non dev’esserci delusione, turbamento, inutili impazienze, ma attesa fiduciosa. Dio è all’opera; egli agisce dentro la storia, nel cuore degli uomini.

Inoltre Marco mette in evidenza un secondo contrasto, quello tra l’inerzia del contadino e la forza del seme. Il contadino veglia, ma anche dorme; e anche mentre egli dorme il seme lavora e cresce. La terra fa maturare il seme spontaneamente, cioè da sé, senza causa visibile, senza l’opera del contadino. È il Regno stesso, già deposto nella storia come un seme, che viene avanti, non sono gli uomini a farlo avanzare. In tal modo il discepolo viene liberato da un affanno inutile. Non sta a lui garantire il successo del Regno, perché egli deve semplicemente assicurare l’annuncio e – quando sarà l’ora – la raccolta. A decidere il tempo della mietitura è il frutto, non il contadino. In questo modo non si vuole certo negare la necessità dell’impegno da parte dell’uomo nella storia (quante volte i Vangeli chiedono l’impegno dell’uomo!  si pensi anche alla parabola dei talenti), ma si vuole ricordare all’uomo di saper rimanere in fiduciosa e sicura attesa dell’opera di Dio. Perché il Regno di Dio non è cosa degli uomini, ma di Dio. Non è una realtà da forzare, come facevano gli Zeloti al tempo di Gesù, e come siamo tentati alle volte di fare noi. Il Regno di Dio non è questione di organizzazione oppure di efficienza, ma di fiduciosa accoglienza. Quindi fiducia e sicura speranza.

Alla fiducia e ad una sicura speranza invita anche la seconda parabola, quella del granello di senape.

Anche qui un contrasto, tra la piccolezza del seme (il più piccolo di tutti i semi) e la grandezza della pianta che ne deriva. Chi penserebbe mai che da un seme così minuscolo potesse uscire una pianta così grande, tale da dare ombra a nidi di uccelli? Eppure… Dio è capace di trarre da cose piccole cose grandi. Dio è capace di compiere miracoli, gesti di salvezza che noi non oseremmo immaginare, e in cui non sapremmo sperare. Eppure Dio li fa. Li può fare, e li sa fare, sia nella nostra vita che nella vita dei nostri cari, nella vita delle persone che ci stanno a cuore, nella vita e nella storia dei popoli e delle nazioni. Quindi speranza e fiduciosa attesa.

A noi chiedere: “Venga il tuo Regno”, chiederlo e richiederlo; a noi seminare il Regno dentro la storia, nel nostro ambiente di famiglia, di lavoro, di tempo libero con una vita conforme al Regno, e poi attendere l’opera di Dio.

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