Omelia ai seminaristi

(At 8,1-8;   Gv 6,35-40)

7 maggio 2014

“Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato”. Queste parole di Gesù esprimono la cura somma che Dio Padre ha di noi. Dio ha cura di noi. Noi ci eravamo perduti; l’umanità si era perduta; l’umanità si era rovinata, andava distruggendosi sempre di più per i suoi egoismi e per i suoi peccati; e il Padre si è preso cura di noi. Non ci ha lasciati andare a male. Ci ha affidati al Figlio, ci ha “dati” a Gesù: “Questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato”. Dio Padre ci ha caricati sulle spalle di Gesù buon pastore, e Gesù, buon pastore, ci ha riportati all’ovile, ci ha riportati a salvezza.

Ci troviamo davanti ad un paradosso, al paradosso che Dio, che Gesù, hanno più cura di noi di quanta ne abbiamo noi di noi stessi! Noi non abbiamo tanta cura di noi, del nostro bene, della nostra salvezza eterna, quanta ne hanno loro! Dio Padre ha sacrificato il Figlio per la nostra salvezza; Gesù è salito sulla croce per la nostra salvezza, e noi spesso trascuriamo la nostra salvezza; la trascuriamo ogni volta che non ci impegniamo a fondo a coltivare la nostra vita spirituale, ogni volta che pecchiamo e ci allontaniamo da Dio.

Una strofa del “Dies irae” dice: “Quaerens me sedisti lassus, redemisti crucem passus; tantus labor non sita cassus”. – “Nel tuo cercarmi ti sei seduto stanco (il riferimento è a Gesù seduto stanco ai bordi del pozzo di Giacobbe, in attesa di incontrare la samaritana e convertirla; in attesa di ciascuno di noi); nel tuo cercarmi ti sei seduto stanco; mi hai redento patendo la croce; che tanta fatica e tanto dolore non siano vani!” Noi potremmo rendere vani la fatica e il dolore di Gesù sopportati per noi, per la nostra salvezza. Non vogliamo che ciò avvenga. Non vogliamo cadere nel paradosso che Dio, che Gesù, ci amino e si prendano cura di noi più di quanto ci amiamo e ci prendiamo cura noi di noi stessi. C’è un vero, giusto, sano e santo amore di noi stessi che dobbiamo avere; c’è una giusta, sana e santa cura che dobbiamo mettere in atto nei nostri riguardi personali: quella di tendere alla nostra santificazione; non solo ad una vita buona, ma ad una vita santa.

Il Padre ci ha messi nelle mani del Figlio perché non andiamo perduti, perché il Figlio con le sue mani, mani fatte di Spirito Santo, ci costruisca e ci modelli come il Padre dall’eternità ci ha pensati: suoi figli a lui somiglianti. Collaboriamo a questa cura che Dio ha per noi!

 

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