Domenica di Quinquagesima (forma straordinaria)

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(1Cor 13,1-13;    Lc 18,31-43)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 26 febbraio 2017

 

Gesù si era avviato verso Gerusalemme; stava per entrare in Gerico ove avrebbe guarito un cieco, come abbiamo sentito dal Vangelo. Gerico distava una giornata di cammino da Gerusalemme, e il giorno seguente Gesù vi sarebbe arrivato.  Gesù aveva piena consapevolezza che a Gerusalemme egli sarebbe stato crocifisso e sarebbe morto; infatti disse agli apostoli: “Il Figlio dlel’uomo sarà consegnato ai pagani, schernito, coperto di sputi e, dopo averlo flagellato, lo uccideranno e il terzo giorno risorgerà”. Gesù sentiva quell’andare a Gerusalemme non come un semplice trasferimento, come potevano invece pensarlo gli apostoli, ma come il suo andare incontro alla croce. E tuttavia rimase aperto, sensibile e disponibile alle necessità della gente.

A Gerico un cieco lo intercettò, gli si mise a gridare: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”, e Gesù si fermò, gli rivolse la parola, gli chiese cosa volesse, e lo guarì, gli ridiede la vista. Gesù, pur col cuore gonfio per quanto a breve gli sarebbe accaduto, seppe fare spazio dentro il suo cuore al povero cieco che gli chiedeva di guarirlo. Gesù era pienamente decentrato da sé.

Dimostrò di esserlo anche durante la sua passione. Mentre saliva il Calvario, un gruppo di donne cominciò a fare lamento su di lui, e Gesù disse loro: “Non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli”, invitando quelle donne a conversione (Lc 23,27-31). Gesù, preoccupato del destino eterno di quelle donne! E sulla croce si mostrò sensibile alla preghiera del buon ladrone: “Gesù, ricordati di me quando entrerai nel tuo regno. –  Oggi sarai con me in paradiso” (Lc 23,42-43); fu capace di chiedere pietà e perdono per i suoi crocifissori: “Padre, perdonali, perché non sanno quello che fanno” (Lc 23,34); fu generoso fino a dare sua madre Maria quale madre a tutti noi: disse al discepolo Giovanni: ‘”Ecco la tua madre?” (Gv 19,27). Gesù fu totalmente decentrato da sé anche nel momento del suo massimo dolore. Egli è l’esempio, il modello, dell’uomo ben riuscito, dell’uomo arrivato a maturità, vittorioso sull’istinto narcisista che tutti portiamo dentro di noi.

L’autocentratura è il male dell’uomo, è la malattia che fa ammalare i rapporti, che li rovina fino a metterli in crisi, fino ad arrivare anche a spezzarli; l’autocentratura è la causa di tutte le incomprensioni, di tutti i conflitti, delle lotte e delle discordie che ci sono nel mondo. Il grande sforzo dell’uomo è quello di passare dall’autocentratura alla carità.

San Paolo, nell’epistola, ci ha tessuto l’elogio della carità. La carità è il carisma più grande di tutti i carismi. Grande e importante come la carità non è il parlare le lingue degli uomini e  degli angeli; non è il conoscere tutti i misteri di Dio; non è neppure avere una fede tale da riuscire a trasportare le montagne. La carità è il carisma più importante e più alto; senza la carità l’uomo è un bronzo che risuona, un cembalo che tintinna, cioè è una realtà vuota e senza consistenza; con la carità l’uomo è simile a Dio, perché “Dio è carità” (1Gv 4,8).

San Paolo nella seconda lettera ai Corinzi dice di Gesù: “Da ricco che era si fece povero per noi, perché noi diventassimo ricchi per mezzo della sua povertà” (2Cor 8,9); e l’autore della lettera agli Ebrei dice: “Egli, in cambio della gioia che gli era stata posta innanzi, si sottopose alla croce, disprezzando l’ignominia” (Ebr 12,2).

Tale fu la capacità di decentrarsi da sé di Gesù: egli non badò a se stesso, ma guardò a noi nella nostra povertà e nel nostro bisogno di essere salvati; e lasciò il cielo per venire sulla terra e morire sulla croce. E fu glorioso! Perché glorioso non è chi vive egoisticamente autocentrato in se stesso, ma glorioso è colui che si dona e vive la carità decentrandosi da sé e amando i fratelli.

don Giovanni Unterberger

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