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( Rm 12,16-21; Mt 8,1-13)
Belluno, chiesa di S. Pietro, 21 gennaio 2018
Quale grande riverenza verso Gesù ebbero il lebbroso, che si prostrò davanti a lui, e il centurione, che gli disse: “Signore, io non sono degno che tu venga in casa mia”! Trattarono Gesù col massimo dell’onore.
Il verbo greco che l’evangelista usa per indicare la prostrazione del lebbroso davanti a Gesù è il verbo ‘proskynèo’, il verbo del rispetto e dell’adorazione. Questo verbo ricorre più volte nei Vangeli. Ricorre, ad esempio, per indicare la prostrazione dei magi, i quali ‘prostratisi adorarono’ (proskynèo) il Bambino Gesù ( Mt 2,11); per indicare il mettersi in ginocchio davanti a Gesù del capo della sinagoga di Cafarnao (cfr Mt 9,18); della cananea (cfr Mt 15,25); degli apostoli nella barca (cfr Mt 14,22). Questo verbo ‘proskynèo’ viene usato nel libro dell’Apocalisse per indicare la prostrazione e l’adorazione degli angeli, degli esseri viventi, di tutte le creature, dei redenti davanti a Dio e all’Agnello, simbolo di Cristo, seduti in trono (cfr Ap 5,11-14).
“Adorate Deum” sono le prime parole dell’Introito della Mesa di oggi, le parole che aprono la celebrazione: “Adorate Dio, adorate il Signore”. La Messa, ogni Messa, va vissuta in adorazione, col cuore che adora. E’ straordinario, profondo, infinito il Mistero che viene celebrato, e a cui siamo ammessi a partecipare. L’uomo è posto davanti alla Maestà di Dio, alla sua presenza, a contatto con il Creatore, con colui che è l’Eterno, l’Onnipotente, il senso del ieri, dell’oggi e del domani.
“Adorate Deum”. L’adorazione è l’atteggiamento della mente che contempla, che fissa lo sguardo su Dio; che non si lascia distrarre da altro, perché Dio è Dio, e null’altro è come Dio! L’adorazione è l’atteggiamento del cuore, che è come ‘incollato’, immerso e sprofondato in Dio avvertito e sentito come il sommo e unico Bene, senza il quale Bene nessun’altra cosa è bene.
“Adoro te devote, latens Deitas -canta la Liturgia- tibi se cor meum totum subicit, quia te contemplans totum deficit”: ‘Ti adoro devotamente, o Dio nascosto; a te il mio cuore si sottomette tutto e, nel contemplare te, ogni altra cosa svanisce e viene meno’. Adorare prende le facoltà dell’anima, prende i sensi, e li stabilisce in Dio. Dio diventa ‘il tutto’, ‘l’unico’, ‘il supremo’, ‘la fonte’, ‘la sorgente’, colui nel quale tutto vive e si ritrova; e dal quale tutto discende e deriva in dono. Adorare è stare davanti all’Essere supremo in silenzio e quiete, in umiltà e con fede, sotto i raggi benefici di colui che è la Vita e dà la vita; di colui che forma e dà forma, dà la propria stessa forma. L’adoratore diventa, così, ‘divino’, viene deificato, divinizzato.
“Adorate Deum”. Si diviene adoratori piano piano; lo si diviene puntando ogni giorno, per un po’ di tempo (sia pur poco all’inizio, ma con perseveranza), lo sguardo su Dio, il cuore su Dio. A mano a mano che si procede su questa strada, in questo esercizio, si riuscirà ad allungare sempre più il tempo dell’adorazione; e il cuore si infervorerà sempre di più, fino a diventare lui stesso, il cuore, a sentire il bisogno e a chiedere tempi lunghi di adorazione, perché assaporerà Dio, perché gusterà Dio!
Non possiamo nascondercelo: occorrerà lottare. C’è un nemico che farà di tutto per contrastarci in questo: è Satana, che di Dio non vuole saperne; che adorare Dio non lo ha mai voluto fare, e che non vuole che nessuno lo abbia a fare. Ma con la grazia di Dio noi imiteremo il lebbroso del Vangelo: ci prostreremo adoranti davanti al Signore.
don Giovanni Unterberger
