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(Ger 1,4-5. 17-19; 1Cor 12,31 – 13,13; Lc 4,21-30)
Duomo di Belluno, 3 febbraio 2019
Quel giorno i nazarethani fecero la cosa più insensata che potessero fare: eliminare Gesù. Gesù era tornato dal Giordano ove era stato battezzato da Giovanni Battista, e dal deserto di Giuda, ove aveva resistito alle tentazioni di Satana; ed aveva dato inizio alla sua vita pubblica nella città di Cafarnao, ove aveva compiuto alcuni miracoli: aveva guarito la suocera di Pietro, aveva sanato un paralitico, aveva liberato dal diavolo un ossesso (cfr Mc 1,21-31; 2,1-12). Ora si trovava a Nazareth, venuto nel suo villaggio per annunciare anche lì la parola di Dio, alla gente che egli aveva particolarmente cara, in quanto era la gente tra cui era vissuto per oltre trent’anni. Ma non vi trovò accoglienza.
In un giorno di sabato prese parte al culto pubblico in sinagoga, e cominciò ad insegnare. Disse cose straordinarie, cose nuove, cose che gli ascoltatori non seppero accogliere e condividere. Ne nacque un mormorio, un dissenso, una contestazione, di cui Gesù subito si accorse. Il Vangelo di Luca descrive questo clima agitato in sinagoga con due rapide pennellate: la gente cominciò a dire: “Non è costui il figlio di Giuseppe?”, e: “faccia anche qui i miracoli che ha compiuto a Cafarnao”.
Gesù cercò allora di suscitare un movimento di fede verso di sé, richiamandosi a due episodi accaduti in antico: una vedova di Sarepta, nei pressi di Sidone, si era vista miracolosamente riempire la giara di farina e l’orcio d’olio dal profeta Elia per aver creduto in lui (cfr 1Re 17,7-16); e il capo dell’esercito siriano, Naaman, si era visto guarire dalla lebbra dal profeta Eliseo per aver ascoltato e accolto quanto il profeta gli diceva di fare (cfr 2Re 5,1-14). Due mirabili esempi di fede, da parte di due pagani. Gesù, con questi esempi, voleva far capire quanto fosse importante la fede, e come fosse necessario che i suoi uditori si aprissero alla fede in lui, perché per la loro chiusura di cuore stavano per comportarsi peggio dei pagani, essi che appartenevano al popolo di Israele, il popolo eletto. La gente, sentendosi così giudicata, si arrabbiò, si alzò in piedi furiosa, e spinse Gesù fuori dalla sinagoga fin sul ciglio del monte su cui sorgeva Nazareth, per gettarlo giù e farlo morire. Ma Gesù misteriosamente si dileguò.
Quel giorno i nazarethani si privarono di Gesù; avevano tra loro il Messia, il Salvatore del mondo, la luce per il cammino; l’inviato dal Cielo per “annunciare ai poveri il lieto messaggio, per proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista, per rimettere in libertà gli oppressi e per predicare l’anno di grazia del Signore”, come Gesù aveva appena detto di sé, leggendo il rotolo del profeta Isaia (Lc 4,17-19); eppure i nazarethani si sbarazzarono di lui, lo cacciarono via, addirittura cercarono di ucciderlo. Quale azione insensata! Quale azione sconsiderata e autolesionista! Non avrebbero potuto compiere cosa peggiore di quella!
E’ ciò che ancor oggi fa il mondo: correnti di pensiero, stili di vita, proposte di benessere e di felicità false ed egoiste mettono da parte il Signore, contraddicono pienamente il suo pensiero, il suo Vangelo, la sua persona; se potessero, lo eliminerebbero del tutto. Anche noi, ogni volta che pecchiamo, ogni volta che facciamo di testa nostra, in autonomia, disobbedendo ai suoi comandamenti e alla sua volontà, eliminiamo il Signore, ci sbarazziamo di lui, facciamo ciò che fecero quel giorno i nazarethani. E facciamo il nostro male, perché solo in Gesù e con Gesù, solo nel Signore e con il Signore, sta il bene, la gioia, la vita, la salvezza, e tutto ciò che il nostro cuore può desiderare.
Gesù disse: “Nessun profeta è bene accetto nella sua patria”. Noi siamo ‘la patria’ di Gesù; vogliamo che quel detto non sia vero per noi; vogliamo invece accogliere e seguire il Signore in tutto.
don Giovanni Unterberger
