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(Lev 13,1-2. 45-46; 1Cor 10,31-11,1; Mc 1,40-45)
Duomo di Belluno, 14 febbraio 2021
Gesù guariva, sanava, portava sollievo ai corpi e alle anime. Molte volte ciò è detto nei Vangeli; troviamo scritto: “Guarì molti malati” (Mc 3,10); “gli portarono davanti infermi colpiti da mali di ogni genere ed egli, imponendo su ciascuno le mani, li guariva” (Lc 4,40); “da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,19); “anche i demoni gli si sottomettevano” (Mc 1,27).
Un giorno gli si avvicinò un lebbroso che lo supplicò: “Se vuoi, puoi purificarmi”. Perché mai avrà detto: “Se vuoi, puoi purificarmi”, e non: “Se vuoi, puoi guarirmi”? Quell’uomo aveva due pesi, due sofferenze, una nel corpo e una nell’anima. La sofferenza nel corpo era la lebbra; la sofferenza nell’anima era il sentirsi emarginato, schivato, fuggito dalla gente, e, oltre a ciò -non minore sofferenza- il sentirsi escluso dall’andare al tempio, tagliato fuori dal rapporto con Dio, perché considerato impuro; per la legge ebraica il lebbroso era un impuro; di qui la sua preghiera: “Se vuoi, puoi purificarmi”. E Gesù lo ‘purifcò’, lo guarì nel corpo e riportò la sua anima nel rapporto anche celebrativo, anche formale, con Dio.
Gesù, fisicamente, al modo umano, ha lasciato questo mondo, ma ha incaricato noi di continuare la sua opera di cura del fratello. Una preghiera del XIV secolo dice: “Cristo non ha mani, ha soltanto le nostre mani per fare il suo lavoro oggi. Cristo non ha piedi, ha soltanto i nostri piedi per andare incontro ai fratelli. Cristo ha i tuoi occhi e il tuo cuore per vedere e amare chi hai vicino e accanto”. Il prendersi cura gli uni degli altri è il grande compito e impegno lasciatoci da Gesù, contenuto nel suo comandamento: “Amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi” (Gv 13,34). La sua cura per gli uomini diventi la nostra cura per il fratello, in particolare il bisognoso, il povero, il malato, il solo, il dimenticato. Ricordiamo: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo, forestiero, malato, in carcere e mi avete aiutato; venite, benedetti del Padre mio” (Mt 25,31-46).
La sofferenza fisica è visibile, viene immediatamente notata, e in qualche modo s’impone al nostro cuore per un aiuto, per un soccorso; ma quanta sofferenza invisibile nella vita delle persone! Quanto si nasconde nel cuore di ogni uomo! Il lebbroso del Vangelo non soffriva solo nel corpo, ma anche dentro, interiormente. Qualcuno ebbe a dire: “Avvicinati alle persone con grande tatto e delicatezza, perché non conosci la battaglia che ciascuno sta combattendo nel suo cuore”. Ciascuno ha il proprio mondo interiore spesso segnato da sofferenza: paure, delusioni, amore incorrisposto, senso di inadeguatezza e di incapacità, preoccupazione per la salute, ferite ricevute da parte di persone care, senso di fallimento, di vuoto; rimorso d’aver sciupato il tempo, la vita; il peso di scelte sbagliate, di colpe gravi commesse…; quanti macigni alle volte le persone si portano dentro! E hanno solo bisogno di un fratello, di una sorella che sia ascolto, presenza, comprensione, accompagnamento, non giudizio ma accoglienza!
Chissà quanto bene si sarà sentito trattato da Gesù il lebbroso del Vangelo; quanto delicato dev’essere stato il tocco della mano del Signore sul suo corpo: “tese la mano, lo toccò”; e quanto dolce il tono della voce del Signore nel dire: “Lo voglio, sii purificato!”. Quel lebbroso si sentì, in un istante, un’altra persona. Questo fa la carità: dà respiro ai cuori. Questo possiamo fare ance noi, sull’esempio e con l’aiuto di Gesù.
don Giovanni Unterberger
