22^ domenica del Tempo Ordinario

Il Moretto – Cena in casa di Simone il fariseo – 1544

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(Dt 4,1-2.6-8; Giac 1,17-18.21b-22.27; Mc 7,1-8.14-15.21-23)  Anno B

sabato 28 agosto, risalente a sabato 1 settembre 2012

Anche questa sera a scuola da Gesù. La lezione è importante. Gesù si trova a tavola con i suoi apostoli, invitato da un amico.

Nel corso dei secoli, a partire da Mosè, i rabbini ebrei avevano aggiunto ai dieci comandamenti un grande numero di altri comandamenti e precetti (613!), che arrivavano fino a determinare i comportamenti più comuni e quotidiani in modo molto particolareggiato e minuzioso, precisando, ad esempio, come ci si doveva lavare le mani e le braccia prima dei pasti (fino ai gomiti); come si dovevano lavare i bicchieri, le scodelle, le stoviglie prima di servirsene e di usarle per il pasto; tutto un rituale preciso e codificato che andava assolutamente rispettato, pena andare contro la legge e rendersi impuri.

Gesù e gli apostoli non si attengono a tali indicazioni, e vengono criticati e accusati dai farisei: “Perché tu e i tuoi discepoli non vi comportate secondo le tradizioni degli antichi?” Gesù si difende; più che difendersi, vuole insegnare, vuole riportare le cose alla loro autenticità e genuinità.

Sono due i punti del suo intervento. Il primo: “Questo popolo mi onora con le labbra, ma il suo cuore è lontano da me”, egli dice. Gesù cita il profeta Isaia. Già settecento anni prima Dio si era lamentato con Israele di un culto molto preciso e accurato nelle forme esteriori, ma privo di anima e di vero desiderio di comunione con lui. È il pericolo di sempre, il pericolo che la forma prevalga sulla sostanza. La forma deve aiutare la sostanza. La sostanza della religione è la comunione con Dio. Non avrebbe alcun valore una religiosità che fosse fatta di tanti riti ed espressioni sacre, se non avesse come contenuto e se non portasse a fare la volontà di Dio nella vita pratica e concreta di ogni giorno. San Giacomo, nella seconda lettura ce l’ha detto chiaramente: “Religione pura e senza macchia davanti a Dio è questa: visitare gli organi e le vedove nelle sofferenze e non lasciarsi contaminare da questo mondo”.

 Occasione, quella di stasera, per chiederci e per esaminarci quanto ci sia di rito e quanto di comunione con Dio nelle nostre preghiere, nelle nostre Messe. Che non ci succeda di eseguire bene i canti, di seguire con precisione le celebrazioni, ma di lasciarci toccare solo di striscio dal Signore. È il cuore, cioè la volontà, il desiderio, che devono essere vicini e in contatto con Dio; aperti e disponibili a lui.

Il secondo punto dell’intervento di Gesù egli lo esprime con queste altre parole: “Voi, farisei, rendete culto a Dio seguendo dottrine che sono precetti di uomini; trascurate i comandamenti di Dio e osservate tradizioni pensate e stabilite da uomini”. Il che era come dire: voi, farisei, manipolate la legge di Dio; la piegate e la adattate a quello che pare a voi; la interpretate secondo il vostro pensiero umano, e arrivate fino al punto di snaturare la legge di Dio, di farle dire ciò che essa non dice, e di non farle più dire ciò che essa invece dice. In un’altra occasione Gesù si rivolse ai farisei dicendo: “Guai a voi, farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’aneto e del cumino, secondo quanto i rabbini hanno stabilito, e trasgredite le prescrizioni più gravi della legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. Voi filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Mt 23, 23-24).

Un pericolo di fronte alla legge di Dio è quello di approcciarsi ad essa con l’atteggiamento del “fai da te”, con la presunzione di poterla interpretare soggettivamente secondo il proprio personale e autonomo parere. Mentre invece c’è un Magistero, ci sono dei Pastori nella Chiesa, che hanno il compito e la grazia da parte di Dio di interpretare autenticamente e di proporre in modo vero la legge del Signore. A tale interpretazione e proposta dei Pastori occorre attenersi, perché lontani dal loro insegnamento, non si ha più la garanzia del giusto e della verità.

Vorrei terminare questa omelia riportando la testimonianza di un medico palestinese, testimonianza a cui ho assistito la scorsa settimana al Meeting di Comunione e Liberazione di Rimini; esempio straordinario di un uomo che, non fermo certo ad una fede fatta di ritualità, ha assimilato la sostanza del bene.

Questo medico, nato in un campo profughi della striscia di Gaza, perse tre figlie sotto le bombe israeliane nel raid contro la striscia di Gaza del 2009, e ci disse: “Di fronte ai corpi straziati delle mie tre bambine, immerse in una pozza di sangue, provai una sofferenza indicibile e una rabbia infinita contro chi me le aveva uccise; ma subito mi dissi: «non devo odiare; l’odio non è la medicina giusta contro l’ingiustizia e la violenza». Ora a tutti vado dicendo che contro le ingiustizie e le violenze che si compiono nel mondo si deve alzare la voce; non si può rimanere inerti e tacere; si deve tutti insieme alzare la voce, ma senza odiare, senza odiare! Ho scritto un libro in cui racconto questa mia vicenda, e al libro ho dato il titolo: Non odierò.”

Ad un interlocutore che gli chiese: “Ma come ha fatto a non odiare?”, rispose: “Mi hanno aiutato tre cose: primo, la fede; secondo, la fede; terzo, la fede”. Questo medico palestinese non è cristiano, è musulmano.

Il Vangelo di Gesù ci richiama a vivere una religiosità che non sia puro rito, ma che attraverso il rito alimenti la fede, ci cambi il cuore, così che dal cuore escano non cose cattive (“malvagità, furti, dissolutezze, propositi di male”, ci ha detto Gesù), ma cose buone: bontà, carità, solidarietà, perdono.

Don Giovanni Unterberger

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