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(1Cor 1,4-8; Mt 9,1-8)
domenica 26 settembre 2021, risalente al 30 settembre 2012
Dio è un Dio che fa grazia. La sua indole, la sua natura, è una natura fatta di amore, di gratuità e di bisogno di donare. Ne è un esempio l’episodio che abbiamo ora sentito nel Vangelo, in cui Gesù non solo guarì un paralitico dalla sua paralisi, ma, in più, gli perdonò i peccati, senza esserne stato espressamente richiesto. Dio è gratuità, Dio è dono gratuito.
Che bello saperlo riconoscere nella vita concreta propria, personale, e nella vita della comunità! Che bello avere occhi che sanno vedere l’opera di Dio, lui che agisce!
San Paolo aveva questi occhi. La comunità cristiana di Corinto, a cui egli scrisse due lettere, non era una comunità “super”, una comunità perfetta. Era una comunità divisa in se stessa, con dubbi di fede, con cedimenti vistosi in ambito morale, specialmente sessuale, eppure san Paolo sapeva vedere il bene che c’era in essa, il bene che Dio aveva in essa seminato.
Nella prima lettura che abbiamo ascoltato, brano tratto dalla prima lettera di Paolo ai Corinzi, egli dice: “Ringrazio continuamente il mio Dio per voi, a motivo della grazia di Dio che vi è stata data in Cristo Gesù”. Paolo sa vedere la grazia di Dio nella comunità di Corinto. E la sa anche individuare in concreto, la sa chiamare per nome, dice: “Siete stati arricchiti di tutti i doni, quelli della parola e quelli della scienza”.
Che lezione per noi! Che invito grande per il nostro sguardo! Siamo tutti difettosi, manchiamo tutti in tanti modi, e i limiti e le deficienze nostre e dei nostri fratelli ci balzano prepotenti all’evidenza; ma noi non dobbiamo fermarci ad esse, dobbiamo saper vedere più in là. Nessuno è determinato dai suoi difetti, nessuno coincide totalmente con i propri errori, fossero anche grandi. In tutti c’è qualcosa di più, qualcosa di buono, che Dio, nella sua gratuità, ha posto. Amore e sguardo buono è la capacità di vedere quel qualcosa di buono, di scorgerlo, magari come un piccolo fuoco sotto la cenere; o, al limite, di crederlo; di crederlo, perché in tutti c’è un po’ del bene di Dio. Abbiamo bisogno di occhi che vedono, abbiamo bisogno di “cuori” che vedono.
E san Paolo è fiducioso nei confronti dei suoi cristiani di Corinto. Egli dice: “Dio vi confermerà sino alla fine, irreprensibili nel giorno del Signore nostro Gesù Cristo”.
Ci sarà un “giorno del Signore nostro Gesù Cristo”, un giorno in cui incontreremo il Signore, e in cui sarà importante essere trovati irreprensibili, “inaccusabili”, dice esattamente il testo greco. Inaccusabili, perché santi.
È la santità che Paolo sogna e desidera per i suoi cristiani. Non desidera per loro soltanto un piccolo progresso, qualche lieve passo in avanti, ma desidera per loro il tutto, l’ “inaccusabilità”, la santità. E dice: “Dio vi confermerà in questo vostro sforzo”; alla lettera, nel testo greco: “Dio vi renderà stabili” in questo vostro sforzo e cammino, per cui non andrete un po’ avanti e un po’ indietro, un po’ di qua e un po’ di là, ma avrete forza da Dio di procedere decisi in avanti sulla linea giusta, sulla linea diritta, quella che porta alla santità.
Il Concilio Vaticano II, nella su Costituzione dogmatica sulla Chiesa, la “Lumen gentium”, ha dato al capitolo quinto di quel documento il titolo: “Universale vocazione alla santità”, e dice: «Tutti nella Chiesa, sia che appartengano alla gerarchia, sia che da essa siano diretti, sono chiamati alla santità, secondo il detto dell’apostolo: “La volontà di Dio è questa, che vi santifichiate” (1Tess 4,3) – [Lumen gentium, n.39]. » La santità è la meta di tutti.
Non deve spaventarci, trattenerci e farci obiezione la nostra povertà e debolezza. L’insidia più grande e più deleteria è quella di dire: “io non sono fatto per la santità, la santità non è per me”. E invece: “la santità è proprio per me”, deve dire ciascuno. È vero, siamo paralitici, incapaci di muovere un passo sulla via della santità, ma Dio ha guarito il paralitico di Cafarnao, lo ha guarito fisicamente e spiritualmente. Egli è capace di guarire anche noi dalla nostra paralisi spirituale, e farci camminare, anzi correre, sulla via del bene, della virtù e della santità!
Da dove la sfiducia che avessimo nel cuore a questo riguardo? Essa non viene da Dio, viene dal nostro nemico, il diavolo. Liberiamocene!
don Giovanni Unterberger