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(Dn 12,1-3; Ebr 10,11-14.18; Mc 13,24-32)
sabato 13 novembre 2021, risalente a sabato 17 novembre 2012
Il Papa, all’Angelus del giorno dei Santi, disse che la terra e il cielo sono “il duplice orizzonte dell’umanità”. Noi viviamo dentro questo duplice orizzonte, dentro l’orizzonte della terra e dentro l’orizzonte del cielo. Tutti e due questi orizzonti ci connotano: la terra, perché su di essa viviamo; il cielo, perché per esso siamo fatti e ad esso siamo chiamati ad arrivare. Non dobbiamo dimenticare nessuno dei due orizzonti.
San Paolo nella prima lettera ai Corinzi parla di noi come di uomini terrestri e di uomini celesti. Ora siamo uomini di terra, fatti di terra, viventi su questa terra, e un giorno saremo uomini di cielo, fatti di cielo, viventi in cielo (1Cor 15,48-49). Sono immagini, quelle che Paolo usa, per parlare del nostro esistere qui nel tempo, e del nostro esistere un giorno nell’eternità.
L’esistere nostro nell’eternità ci turba e ci mette in allarme; è comprensibile; non abbiamo alcuna esperienza di come sia l’aldilà, e capiamo che l’aldilà suppone che veniamo strappati dall’aldiqua in cui siamo, e nel quale siamo profondamente inseriti e immersi.
Il Vangelo, e anche la prima lettura, ci hanno parlato chiaramente del venir meno di questo aldiquà; per la verità, le immagini usate per dirlo non sono il massimo della chiarezza, perchè neanche l’autore sacro aveva esperienza dell’aldilà, e neppure i suoi ascoltatori e lettori avrebbero potuto capire cose che fossero “dell’altro mondo”; ma molto chiaro è invece il messaggio e l’affermazione che questo aldiquà verrà meno, verrà, ad un certo punto, a mancare.
Ma non tutto, propriamente, verrà a mancare. La prima lettura ci ha detto: “I saggi risplenderanno come lo splendore del firmamento; coloro che avranno indotto molti alla giustizia risplenderanno come le stelle per sempre”.
C’è dunque un nesso, un rapporto di continuità tra l’aldiqua e l’aldilà; c’è qualcosa dell’aldiqua che passerà nell’aldilà. Tutto il bene fatto qui, passerà nell’aldilà; tutti i rapporti buoni, l’amore, l’affetto, il servizio, la solidarietà, la pazienza portata, il perdono accordato, la preghiera, tutto questo passerà nell’aldilà, e lo ritroveremo, e sarà la nostra corona di gloria.
Ma siamo anche messi sull’avviso che siamo nel rischio di perdere quell’aldilà felice, e cadere nella rovina e nella perdizione eterna. La prima lettura ci ha ammoniti, con parole dure ma veritiere: “Gli empi si risveglieranno per la vergogna e l’infamia eterna”.
C’è anche questa triste, drammatica possibilità per l’uomo: perdersi, e perdersi per sempre. Di qui l’importanza di dare valore vero all’orizzonte di questa vita, sentirla come il luogo del bene da compiere, per costruirci un orizzonte eterno buono.
Dobbiamo riconoscere che troppo spesso l’orizzonte dell’aldilà è assente dai nostri pensieri, o, perlomeno, molto lontano. Quante volte pensiamo al Cielo? L’antico catechismo invitava a meditare sui “novissimi”: morte, giudizio, inferno, paradiso. E il nuovo catechismo della Chiesa cattolica, testo indicato dal papa per l’approfondimento della fede in quest’anno della fede, ne fa una trattazione chiara e completa. La si può trovare là dove il Catechismo spiega il “Credo”, nella parte finale della prima parte del Catechismo, ai numero da 1005 a 1060.
L’aldilà è il punto d’arrivo per tutti noi, per ogni uomo. Un aldilà felice è la meta a cui tendere, ed è saggio colui che nel cammino tiene presente la meta, per ricevere dalla meta la direzione giusta dei suoi passi.
L’ “Imitazione di Cristo”, aureo libretto di spiritualità scritto nel 1200 – 1300, dice: “In quel giorno, il giorno del giudizio, grande speranza avranno il povero e l’umile, e sarà pieno di paura il superbo. In quel giorno sarà cara ogni tribolazione che sia stata sofferta pazientemente. In quel giorno il corpo mortificato godrà più che se fosse stato nutrito di delizie; una modesta dimora sarà più ammirata che un palazzo dorato. In quel giorno avrai maggiore gioia da una fervente preghiera che da un pranzo prelibato; trarrai più gioia dal silenzio che avrai mantenuto, che da un lungo parlare. In quel giorno le opere buone varranno più che le molte parole; una vita generosa e rigorosa ti sarà più cara di ogni piacere di questa terra” (Imitazione di Cristo, l.I, cap XXIV, n.3).
L’orizzonte dell’aldilà è tanto utile all’aldiqua; è maestro e indicazione per porre passi giusti nella vita. Non è nostro nemico, non è pensiero da cacciare e da evitare, ma è vero amico che ci conduce a salvezza. Teniamolo presente, ne trarremo tanto beneficio.
don Giovanni Unterberger
