10° Domenica dopo Pentecoste

(1 Cor 12,2-11;   Lc 18, 9-14)

17 agosto 2014

Papa Albino Luciani, quand’era ancora cardinale, in una sua omelia disse: “Io ho fatto mille volte il funerale alla mia superbia, ma poi è sempre rispuntata, è sempre risorta. Non riesco a farla morire del tutto, la mia superbia…”.

L’ “io” è tanto forte nel cuore dell’uomo. Se dobbiamo comunicare a una persona che ad un certo incontro c’eravamo anche noi, con un amico, ci viene spontaneo dire: “Io e il mio amico c’eravamo”. È rivelatore l’ordine delle persone che adottiamo: “Io e il mio amico”; prima l’ “io”, poi il nostro amico.

Se apriamo un giornale su cui sappiamo essere stata pubblicata la foto di un gruppo a cui anche noi appartenevamo, il primo volto che cerchiamo in quella foto è il nostro volto. Poi anche il volto degli altri, ma prima il nostro volto.

Mi è capitato, anni fa, di scivolare e di cadere a terra su un po’ di ghiaccio. Ero in strada, e la mia prima reazione fu di guardarmi attorno per vedere se qualcuno mi avesse notato. Non avevo fatto nulla di proprio male, eppure…; ed ho pensato: “Quanto sono dipendente dal giudizio altrui; quanto profondo è in me il bisogno di dare una bella immagine di me agli altri; quanto forte, in ultima analisi, è in me il mio “io”!”

Sono piccoli dati, questi, ma già in se stessi molto eloquenti per farci prendere coscienza di quanto siamo legati alla nostra persona. Il Vangelo che abbiamo ascoltato ci parla di superbia in termini ben più forti; evidenzia mali gravi che la superbia provoca.

La superbia del fariseo lo distanzia dal pubblicano, lo separa da lui; pone il fariseo in un mondo del tutto diverso dal mondo del pubblicano; il mondo del fariseo è il mondo della giustizia: lui è giusto; il mondo del pubblicano è il mondo del peccato: il pubblicano è peccatore. “Io non sono come quel pubblicano”, dice il fariseo.

Questa distinzione di mondi è tutta nella mente distorta e superba del fariseo, non esiste nella realtà; la realtà vera, anche se al fariseo non piace, è che pure lui è peccatore; pure lui ha sbagliato; pure lui è caduto nel male. Non sarà caduto nel male e nel peccato dell’adulterio, del furto, dell’ingiustizia, ma la superbia non è forse male? Non è forse peccato? È “il grande peccato”, dice il salmo 19 (Sal 19,14).

C’è un mondo solo, il mondo dei peccatori; non ci sono due mondi, quello dei giusti e quello dei peccatori; c’è un unico mondo, e siamo tutti in quel mondo, nel mondo di chi ha peccato. Gesù potè dire: “Chi è senza peccato scagli la prima pietra” (Gv 8,7).

Papa Francesco alcuni mesi fa accolse in udienza un gruppo di cappellani delle carceri, e a essi disse: “Quand’ero a Buenos Aires andavo spesso a visitare i carcerati, ed essi mi scrivevano, mi telefonavano. Ancora adesso io telefono a qualcuno di loro, e mentre parlo con loro mi viene frequentemente questo pensiero: potrei essere io lì al loro posto, in quelle celle. Se non lo sono è perché il Signore nella sua bontà e provvidenza mi ha prevenuto, mi ha preservato, ma potrei essere io lì”. È l’umiltà di papa Francesco che, al momento di assumere il servizio di papa nella Chiesa, al cardinale che gli chiese: “Accetti?”, rispose: “Sono un peccatore, ma confidando nella misericordia e nell’aiuto di Dio, accetto”.

La superbia giudica, la superbia separa, la superbia disprezza. Arriva fino a disprezzare il fratello, la sorella. Ci ha detto il Vangelo: “Gesù disse una parabola per alcuni che si ritenevano giusti e disprezzavano gli altri”.

No, fratelli, non giudichiamo nessuno, non disprezziamo nessuno! Certo, possiamo, e dobbiamo, riconoscere e distinguere ciò che è bene da ciò che è male; possiamo, e dobbiamo dire, se un fratello ha fatto una cosa cattiva: ‘quel fratello ha fatto una cosa cattiva’; ma non dobbiamo giudicarlo, non dobbiamo condannarlo. Se lo giudichiamo e lo condanniamo, ci separiamo da lui, prendiamo le distanze da lui, veniamo meno a quella comunione e a quella solidarietà che dobbiamo invece avere e conservare sempre con ogni persona.

Così fa Dio, così ha fatto Gesù. Gesù non ha peccato, non ha approvato il peccato dell’uomo, eppure si è fatto “uno” con l’uomo peccatore, lo ha sentito suo fratello, è stato solidale con lui fino a prendere su di sé il peccato dell’uomo.

Non superbamente lontani, dunque, dal fratello che avesse sbagliato, ma umilmente vicini a lui con l’affetto, con la pazienza, con la preghiera perché si ravveda. Vicini, da peccatori anche noi.

don Giovanni Unterberger

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