12° Domenica dopo Pentecoste

(2 Cor 3,4-9;  Lc 10,23-37)

31 agosto 2014

Il più grande “buon samaritano” fu Gesù. Egli scese dalla sua cavalcatura, il Cielo, e si mise a camminare sulle strade della terra. Vide l’umanità ferita, piagata, moribonda e perduta, e si piegò su di essa a curarla. La caricò sulle sue spalle, fece proprie le sue ferite; sborsò come prezzo della guarigione il proprio sangue; salvò dalla morte chi alla morte ormai era votato. Gesù è il grande “buon samaritano” venuto incontro all’uomo bisognoso di salvezza.

Quanti “buoni samaritani” dopo di lui lungo i secoli! San Rocco era un giovane francese, vissuto nel 1300. Rimasto orfano a vent’anni vendette l’eredità dei suoi genitori, ne diede il ricavato ai poveri e si avviò in pellegrinaggio verso Roma. Negli anni 1367-1368 in Italia scoppiò la peste, e san Rocco costellò il suo viaggio di innumerevoli soste in varie città: Novara, Piacenza, Cesena, Rimini, Acquapendente, fermandosi a curare e a servire gli appestati . Contrasse egli stesso la peste, da cui poi il Signore lo guarì. Egli fu vero “buon samaritano” per quelle popolazioni colpite dal male.

“Buon samaritano” fu il beato Damiano de Veuster. Damiano de Veuster era un giovane belga vissuto nel 1800; si fece sacerdote nella Congregazione dei Sacri Cuori. Fu inviato in missione nelle isole Hawaii, ma egli chiese ed ottenne dai suoi Superiori di andare a portare il Vangelo e prendersi cura dei lebbrosi dell’isola Molokai. In quell’isola il governo confinava i malati di lebbra per scongiurare ogni contagio. Padre Damiano curò quei malati, li evangelizzò, ottenne dal governo interessamento e aiuti per loro. Dopo quindici anni di apostolato tra i lebbrosi morì lebbroso egli stesso, nel 1885, da grande “buon samaritano”.

A partire dalla metà del 1800 iniziò in forma massiccia in Italia il fenomeno dell’emigrazione. Molti padri di famiglia, e intere famiglie, cercarono lavoro e un futuro oltre oceano, nelle Americhe. La situazione degli emigranti in terra straniera era durissima, sotto ogni punto di vista; trovarono un “buon samaritano” in santa Francesca Saverio Cabrini, una suora di Lodi, nata nel 1850 e morta a sessantasette anni nel 1917. Questa coraggiosa suora attraversò in nave 28 volte l’Atlantico; attraversò le Ande da Panama a Buenos Aires; raggiungeva e soccorreva di continuo gli emigranti; fondò la Congregazione delle Missionarie del Cuore di Gesù che si prendessero cura di loro, “da buone samaritane”.

Conosciamo tutti, perché è dei nostri tempi, un’altra grande donna “buon samaritano”, madre Teresa di Calcutta. Immenso è il bene che ella fece, prendendosi cura dei “più poveri tra i poveri”, come ella soleva dire, senza badare a fede religiosa, a classe sociale o altro. La fiorente Congregazione di suore che ella fondò continua la sua opera di misericordia e di alleviamento delle sofferenze.

Grande “buon samaritano” per il suo popolo fu il Mahatma Gandhi, che con la sua illuminata e strenua azione politica e sociale di resistenza non violenta al regime inglese (fu anche più volte imprigionato) riuscì ad ottenere l’indipendenza dell’India nel 1947.

Quanti “buoni samaritani” nel mondo! Quelli che ho ricordato sono solo alcuni, ma il “libro della vita” che Dio ha in mano ne ha le pagine piene. “Buon samaritano” è chi ascolta un fratello, una sorella, che è nel dolore; chi condivide ciò che possiede col povero; chi fa una notte, due notti, tre notti di assistenza ad un malato in ospedale; chi consiglia ed indica la strada giusta a una persona che ha scelte importanti da compiere; chi aiuta persone in discordia a riconciliarsi; chi sostiene e incoraggia una persona disperata; chi prega per i vivi e per i defunti.

Sono infiniti i modi  di essere “buoni samaritani”, e a ciascuno Dio offre infinite occasioni di esserlo. Non dobbiamo aspettare le grandi occasioni; ne perderemmo decine e decine ogni giorno. Essere “buoni samaritani” è il compito e la vocazione più bella dopo quella di amare Dio “con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutte le forze”, come ci ha detto Gesù. Anzi, le due vocazioni vanno insieme; sì, prima amare Dio, perché lui è colui che ha più di tutti il diritto di essere amato, e perché l’amore a lui fonda e custodisce ogni vero amore ai fratelli. Ma subito, e insieme, amare i fratelli, ed amarli come noi stessi, perché l’amore ai fratelli è l’altra faccia dell’amore a Dio, ed è l’amore che dice vero e autentico il nostro amore al Signore.

Il sacerdote e il levita della parabola “passarono oltre”; il samaritano “ebbe compassione e si fermò”. Non sia la fretta, non sia il ritmo vorticoso degli impegni, non sia la paura di scomodarci, non sia il cuore duro ad impedirci di fermarci accanto al bisognoso che trovassimo sulla nostra strada; ma il nostro cuore sia capace di compassione, e ascolti l’invito, il comando, di Gesù: “Va’, e fa lo stesso anche tu”.

Don Giovanni Unterberger

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