22° Domenica del Tempo ordinario

(Ger 20,7-9;   Rm 12,1-2;   Mt 16, 21-27)

Duomo, sabato 30 agosto 2014

Come si fa a non perdere se stessi e ad avere vita? Dentro di noi c’è un voce che ci dice: “Realizzati; affermati; datti consistenza”. Anche attorno a noi risuona in mille modi e di continuo la stessa voce che ci viene dal mondo: “Realizzati; affermati; datti consistenza”.

E’ buona questa voce? è amica questa voce? Sì; questa voce è buona; questa voce è voce amica.

L’uomo, ciascuno di noi, è fatto per crescere, per diventare qualcosa di grande, di importante, di significativo. Nessuno è fatto per restare piccolo, quasi un nulla, qualcosa di monco e di incompleto. Ma qual è la strada per diventare grandi, per realizzare davvero se stessi, per avere vita? Questa è la domanda cruciale che si impone all’uomo, domanda che ha bisogno di risposta, e di risposta giusta. Quale sarà la risposta giusta?

Il mondo ha la sua risposta. Il mondo dice: “realizzati facendoti una cultura; procurandoti una posizione economica e sociale di prestigio; costruendoti una tua autonomia, curando la tua salute così da arrivare in buona salute fino a tarda età”. Ma a che gioia alla fin fine tutto questo? “Quale vantaggio avrà un uomo se guadagnerà il mondo intero, ma perderà la propria vita?”, ci dice Gesù; cioè se poi dovrà morire? Che cosa potrà impedire, a questo tipo di realizzazione, lo scacco finale, la morte, che pone fine a tutto? “Dimmi, o cristiano -chiede sant’Agostino- a che serve vivere tra gli agi, se non ci è concesso di vivere sempre?”

Gesù ci propone un altro tipo di realizzazione, una realizzazione che va oltre il limite umano temporale; ed egli ce lo propone facendoci fare il cammino inverso, quello del rinnegamento di sé: “Chi perderà la propria vita per causa mia, la troverà. Se qualcuno vuole venire dietro a me rinneghi se stesso”.

Ma pensiamo bene: rinnegamento di che cosa? Non delle nostre autentiche possibilità e dei valori umani, ma della parte malata di noi stessi, del nemico di Dio e di noi che si annida nelle carni di ciascuno di noi; cioè dell’ “uomo vecchio”, come lo chiama la Bibbia, l’uomo egoista, dominato dalla cupidigia e dalla concupiscenza, che non è più capace di amare nessuno se non se stesso, e anche se stesso in modo sbagliato. In questo senso san Paolo dice: “Quelli che sono di Cristo hanno crocifisso la propria carne con le sue concupiscenze” (Gal 5,24); hanno crocifisso la creatura vecchia per fare emergere la nuova, l’uomo vecchio per fare emergere il nuovo, creato a immagine di Dio, candidato alla vita eterna: l’uomo che è, finalmente, libero davvero.

Questa via di realizzazione di sé è segnata dalla croce, dalla mortificazione, dalla rinuncia; è la “via stretta” del Vangelo. Essa ha, al suo termine, Dio come premio. “Io stesso sarò la tua ricompensa”, dice il Signore a noi come ad Abramo (Gn 15,1); e ha Dio anche come inizio. Gesù infatti l’ha inaugurata e l’ha percorsa di persona, per cui “prendere la croce” significa ormai “andare dietro a lui”, mettere i piedi sulle sue orme, seguirlo. C’è una successione chiara nel Vangelo di oggi: Gesù parla della croce dei discepoli dopo aver parlato della propria: “Il Figlio dell’uomo andrà a Gerusalemme e là soffrirà, sarà messo a morte, ma il terzo giorno risorgerà”. Il terzo giorno risorgerà e anche i suoi discepoli risorgeranno. E’ questa vicenda di morte e di risurrezione del Salvatore ad essere fonte e modello del nostro perderci per ritrovarci, del nostro morire per vivere.

La realizzazione che Gesù ci propone è quella vera, quella che va oltre il tempo, e che ci farà felici per l’eternità. Realizziamoci secondo Gesù, anche se ciò sa di croce; secondo Gesù, e non secondo il mondo. “Il mondo passa, con la sua concupiscenza -dice l’apostolo Giovanni- ma chi fa la volontà di Dio rimane in eterno” (1Gv 2,17).

Realizziamoci davvero!

don Giovanni Unterberger

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