12° Domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

(2 Cor 3,4-9;  Lc 10,23-37)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 16 agosto 2015

Gesù alle prese con un dottore della legge. Gesù aveva attorno a sé ed era circondato, generalmente, da gente semplice, popolana, che lo cercava e lo seguiva; gente di poca cultura, dal cuore aperto e disponibile, a cui Gesù poteva trasmettere il suo insegnamento senza temere obiezioni e dover sostenere contraddittòri.

Ma Gesù era interpellato di tanto in tanto, in misura sempre crescente a mano a mano che procedeva nella sua vita pubblica, da scribi e farisei, da dottori della legge. Costoro non avevano l’animo aperto nei confronti di Gesù; anzi, avevano l’animo pieno di preconcetti e di pregiudizi, pieno di obiezioni da mettergli davanti circa il suo insegnamento e il suo modo di agire. Innumerevoli volte i Vangeli ci dicono che scribi e farisei, dottori della legge si avvicinavano a Gesù “per metterlo alla prova”. Anche nel Vangelo di oggi abbiamo sentito: “Un dottore della legge si alzò per metterlo alla prova e disse”. “Per metterlo alla prova”, per metterlo in difficoltà, non per ascoltarlo, non per lasciarsi parlare e illuminare da lui.

Un salmo dice di Dio: “Con l’uomo buono tu sei buono, con l’uomo puro tu sei puro, con il perverso tu sei astuto” (Sal 18,26-27). Anche Gesù, di fronte a quel dottore della legge che per metterlo alla prova gli chiese: “Maestro, che cosa devo fare per avere la vita eterna?”, si mostrò astuto; non rispose alla domanda con una risposta diretta, ma oppose alla domanda del dottore della legge un’altra domanda; gli chiese: “Che cosa sta scritto nella legge? che cosa vi leggi?” In tal modo Gesù ributtava la palla in mano al dottore della legge, e smorzava la forza del suo attacco.

Il dottore della legge rispose con una risposta che Gesù approvò: “Nella legge sta scritto: ‘Amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua forza e con tutta la tua mente, e il tuo prossimo come te stesso’ ”. Gesù allora gli disse: “Hai risposto bene”. Era come dire: “Vedi che già sapevi che cosa devi fare per avere la vita eterna; devi amare. E perché allora mi hai chiesto che cosa devi fare? Il tuo intento non era buono, era solo per mettermi in difficoltà e potermi accusare in quello che ti avrei detto” E Gesù concluse: “Fa’ questo, e vivrai”.

Il dottore della legge accusò il colpo, e subito reagì. Il suo orgoglio, il suo ‘io’ non poteva accettare di essere stato trattato così, di essere stato liquidato in quel modo, di aver perso una battaglia con la quale pensava di poter colpire l’interlocutore. “E, volendo giustificarsi, disse: ‘Chi è il mio prossimo’?” “Volendo giustificarsi”, dice il Vangelo. Il dottore della legge ora è sulla difensiva. Prima attaccava, ora si difende. Il suo animo non si lascia trasformare da Gesù, resta chiuso, non cede, non si arrende: vuole giustificarsi, cerca giustificazioni e scappatoie di fronte a Gesù. E Gesù va giù deciso: racconta la parabola del buon samaritano, esempio di carità e di solidarietà pronta, generosa, concreta, fattiva, che arriva a toccare anche il proprio denaro, le proprie sostanze.  Gesù conclude la parabola con una frase lapidaria che inchioda il dottore della legge: “Va’ e anche tu fa’ così”.

L’uomo, noi, che ci accostiamo a Gesù, dobbiamo accostarci con animo sincero, con animo aperto, con animo disposto a lasciarci investire del tutto dalla sua parola, dalla sua prospettiva di vita nuova, dalle esigenze del suo Vangelo. Non difenderci, non tentare di metterci al sicuro e al riparo dietro scuse, dietro false giustificazioni: “non sono capace; è troppo per me; ho provato tante volte e non ci sono riuscito; Signore, tu chiedi troppo…”.

Il Signore ci chiede solo per il nostro bene; anzi, nel chiedere egli già ci dona; nella sua richiesta c’è già nascosto dentro un dono, un regalo, un bene per noi. Un amico una volta mi disse: “Dio chiede con una mano, e dà con due”. E’ proprio così! Non può essere altro che così. Altrimenti Dio non sarebbe Dio.

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