Solennità di San Francesco d’Assisi 2015 (forma straordinaria)

(Gal 6,14-18;   Mt 11,25-30)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 4 ottobre 2015

E’ incredibile come da una sola persona , san Francesco d’Assisi, sia sorta una realtà grande e stupenda come l’Ordine francescano! A tutt’oggi i frati francescani sono 28.650. E Francesco attrasse a sé, con il suo esempio di santità, santa Chiara, le cui monache, le Clarisse, a tutt’oggi sono 7.500. Un grande stupendo giardino di consacrati e di consacrate, che lungo i secoli è fiorito in fiori di alta virtù: ricordiamo sant’Antonio di Padova, il beato Marco d’Aviano, Padre Pio da Pietrelcina tra i francescani; santa Agnese da Praga, santa Caterina da Bologna, santa Camilla da Varano tra le clarisse. Ma l’elenco è lunghissimo! Anche quattro papi furono francescani.

Da dove venne questa straordinaria pianta? Da un piccolo seme; da un giovane umbro non alto di statura, magrolino, con capelli e barba scuri, estroso ed elegante da giovane, amante della vita allegra e spensierata, e poi diventato, per grazia di Dio e per una decisione generosa e radicale della sua volontà, discepolo di Cristo, seguace fedele del Vangelo del Signore. La santità di Francesco è all’origine di tutto.

Francesco visse solo quarantaquattro anni, dal 1182 al 1226, ma la sua vita, dai ventiquattro anni in poi quando si convertì, fu una vita altamente santa. Papa Gregorio IX lo proclamò santo due soli anni dopo la morte, nel 1228.

La prima lettura che abbiamo ascoltato ci ha riportato le parole dell’apostolo Paolo, che possono essere riferite ed applicate alla lettera a san Francesco: “Quanto a me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore nostro Gesù Cristo, per mezzo del quale il mondo per me è stato crocifisso, come io per il mondo”. Per san Francesco il mondo fu crocifisso; il mondo fu da lui rifiutato. Rifiutato nella sua ricerca di potere: Francesco si fece servo, servo dei poveri, servo dei malati, dei lebbrosi, servo dei suoi stessi frati. Francesco rifiutò il mondo nella sua sete di avere, di possedere: sposò ‘Madonna povertà’, si diede ad una vita di estrema, assoluta, totale povertà. Francesco rifiutò il mondo nella sua sete di piacere: è celebre il gesto che egli fece in una notte dell’anno 1216 in cui fu assalito da forti tentazioni carnali: si gettò, per vincerle, in mezzo al roveto pieno di spine che circondava la sua cella.

Francesco guardò tanto alla Croce del Signore: “Per me non ci sia altro vanto che nella croce del Signore”; guardò tanto al Crocifisso, fino a ricevere le stimmate: “Io porto le stimmate di Gesù nel mio corpo”. Francesco fece del Crocifisso il suo modello di vita; null’altro desiderò che imitare il Signore. Non pensò a fondare un Ordine religioso; pensò solo ad imitare Cristo. E con ciò riparò la Chiesa, non tanto la chiesa di san Damiano ad Assisi, che pure aveva bisogno di restauro, ma la grande Chiesa di Dio, che in quell’epoca aveva profondo bisogno di rinnovamento e di conversione.

La vita di san Francesco, segnata da privazioni e penitenze, segnata da forti prove interiori, e segnata anche, ad un certo punto, dal rifiuto dei suoi frati, fu ugualmente una vita di gioia. Francesco fu definito ‘il giullare di Dio’. Dio non lo lasciò senza le sue consolazioni. Il Vangelo ci ha riportato le parole di Gesù: “Il mio giogo è dolce e il mio carico leggero”. San Francesco dovette certamente sentire che il giogo che il Signore gli aveva messo sulle spalle era dolce, e che il carico con cui lo aveva caricato era leggero, perché quando si ama nulla pesa; nulla è troppo faticoso e pesante quando si desidera essere graditi alla persona che si ama, quando si vuole fare ciò che alla persona  a cui si vuole bene fa piacere. E Francesco a Gesù voleva bene! voleva tanto bene. Lo faceva soffrire il vedere quanto poco a Gesù volesse bene la gente. Una volta i suoi frati lo videro piangere, e gli chiesero: “Padre, perché piangi?” Francesco rispose: “Piango perché l’Amore non è amato…”.

San Francesco d’Assisi fu proclamato nel 1939 ‘patrono d’Italia’ da papa Pio XII. Egli è il patrono della nostra nazione; a lui noi possiamo ispirarci; a lui possiamo ricorrere; a lui possiamo affidare la nostra patria. L’amore a Cristo e la sequela di Cristo che Francesco ebbe diventino il nostro amore a Cristo e la nostra sequela di Cristo.

don Giovanni Unterberger

Questa voce è stata pubblicata in Omelie di Don Giovanni. Contrassegna il permalink.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.