19° Domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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Belluno, chiesa di s. Stefano, 25 settembre 2015

La parabola di Gesù che abbiamo ora ascoltato mette in campo un re che ha preparato un ricco pranzo di nozze per il proprio figlio che si sposa. E mette in campo due serie di inviatati: una prima serie più circoscritta e più ristretta, più qualificata; e una seconda serie più ampia, più generale e più generica. Il re che ha preparato il pranzo di nozze per il figlio è Dio; la prima serie di invitati sono il popolo di Israele, la seconda serie di invitati sono gli altri popoli.

Infatti, in prima battuta, l’invito a partecipare alla festa di nozze, cioè ad entrare nel regno di Dio, Dio lo rivolse al popolo di Israele, il popolo in cui suo Figlio Gesù si è incarnato, il popolo che Dio si era particolarmente curato fin dall’antichità e che sarebbe dovuto essere il primo ad accogliere il Messia, ad entrare nel dono offertogli tramite Gesù. E invece quel popolo aveva rifiutato l’invito, aveva preferito le proprie cose, i propri interessi, ed era arrivato ad uccidere i servi che lo invitavano alle nozze; aveva ucciso i profeti. Avrebbe ucciso anche Gesù.

L’invito di Dio al banchetto di nozze, ad entrare nel Regno, non era però limitato ad Israele, era offerto anche ai pagani, ai non ebrei; segno della volontà di Dio di rivolgersi a tutti, di chiamare tutti, di volere la salvezza di tutti. Il re della parabola disse ai servi “ ‘Andate ai crocicchi delle strade, e tutti quelli che troverete, chiamateli alle nozze’. I servi andarono e radunarono tutti quelli che trovarono, cattivi e buoni, e la sala delle nozze si riempì di commensali”.

Tutti sono chiamati. Sono chiamati non solo i ‘buoni’, ma anche i ‘cattivi’. “Non sono venuto a chiamare i giusti, ma i peccatori, disse Gesù. Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” (Mt 9,12-13). Sono chiamati anche i ‘cattivi’!

Quanti peccatori chiamò Gesù! La Maddalena, Zaccheo, l’adultera, il buon ladrone; e quanti peccatori chiamò Dio lungo la storia! Il 24 settembre 2015 papa Francesco nel discorso che tenne all’Assemblea plenaria del Congresso degli Stati Uniti, ricordò una donna di quella nazione: Dorothy Day. Dorothy Day era nata a New York nel 1897. Da giovane fu giornalista di ispirazione marxista; si batté per una emancipazione senza limiti dei diritti della donna, per il libero amore, per il controllo indiscriminato delle nascite; abortì. Si convertì poi, nel 1927, al cattolicesimo, si fece oblata benedettina, e spese tutta la sua vita, fino al 1980 quando morì, in una grande opera di giustizia sociale a favore dei più deboli, dei più poveri, dei più dimenticati dalla società, seguendo in pieno i princìpi della Dottrina sociale della Chiesa, e fondando una rivista e un Movimento a favore dei poveri presente oggi anche in Germania, nei Paesi Bassi, in Irlanda, in Svezia, in Messico, in Australia e in Nuova Zelanda. Nell’anno 2000 è stata aperta la sua causa di beatificazione. Dio chiama anche i ‘cattivi’, i peccatori, quelli che hanno sbagliato. Dio chiama anche noi.

Occorre rivestire l’abito nuziale. Il re della parabola, entrato nella sala del banchetto, che nel frattempo si era riempita, vide un uomo che non indossava l’abito nuziale. Lo rimproverò, e disse ai servi: “Legatelo mani e piedi e gettatelo fuori nelle tenebre, là sarà pianto e stridore di denti”. Occorre rivestire l’abito di nozze, l’abito che consente di partecipare al banchetto del Regno di Dio. L’abito nuziale è quello indicato da san Paolo nella prima Lettura che abbaiamo ascoltato: “Rivestite l’abito nuovo, creato secondo Dio nella giustizia e nella santità vera”; è l’abito che l’apostolo in un’altra sua lettera indica così: “Rivestitevi del Signore Gesù” (Rm 13,14). Gesù è l’abito da indossare; Gesù, le sue virtù, il suo pensiero, il suo stile di vita sono il vestito di cui rivestirci. Di cui rivestirci ogni giorno, di cui rivestirci ogni mattina, e da non smettere mai, neanche di notte!

Solo rivestiti di Gesù Cristo entreremo in paradiso; e il tempo che abbiamo nelle mani è il tempo in cui lavorare alacremente per confezionarci questo vestito, per diventare come Gesù, per arrivare a ciò che san Paolo indica come meta: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me” (Gal 2,20).

don Giovanni Unterberger

 

 

 

 

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