5a Domenica dopo Pasqua (forma straordinaria)

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(Gc 1,22-27;    Gv 16,23-30)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 21 maggio 2017

Il tempo pasquale sta per volgere al termine; domenica prossima sarà la festa dell’Ascensione. Due sono i grandi doni che la Pasqua deve lasciare nel cuore e nella vita del cristiano: la speranza e la pace.

Anzitutto la speranza. In un mondo che tende alla disperazione nonostante i molti progressi in campo scientifico, medico, sociale; e che forse, inconsciamente, e almeno in parte, si sente spinto alla ricerca affannosa e affannata del progresso proprio perché ha poca speranza nel cuore, perché teme e si sente sempre minacciato da mali, il cristiano può avere speranza, deve avere speranza. Il Signore risorto gli dà speranza.

E’ vinta perfino la morte, ed è vinto tutto; in Cristo risorto è vinto tutto. E’ vinto il non senso e l’opacità del quotidiano; è vinta la paura del futuro; è vinta l’angoscia del dolore; è vinta l’onda del male. Cristo risorto è al di là di tutto questo; egli lo ha attraversato e lo ha vinto; non ne è rimasto irretito sopraffatto. Il cristiano partecipa di quella vittoria; può percorrere la via aperta da Cristo risorto.

“La speranza non delude”, dice san Paolo (Rm 5,5); questa speranza non delude, perché non è puro sentimento o immaginazione dell’uomo; non è sogno che come ogni sogno si dissolve e svanisce; ma è speranza fondata su un fatto, fondata sul Cristo morto e risorto, fondata sulla potenza infinita di Dio. Il cristiano è uomo di speranza; il suo cuore non teme. Pur consapevole del dolore, del male, del peccato, il suo cuore non teme. “Io ho vinto il mondo”, ha detto Gesù (Gv 16,33), e questa parola di Gesù resta fissa nella mente del credente e gli riempie il cuore; gli dà speranza e pace.

La pace è l’altro grande dono della Pasqua. Gesù, apparendo agli apostoli la sera di Pasqua, disse: “Pace a voi”; lo ripeté due volte; e lo stesso saluto rivolse a Tommaso nell’apparizione di otto giorni dopo quando gli fece mettere il dito nelle piaghe delle mani e del fianco (Gv 20, 19. 21. 26). Gesù vuole i suoi discepoli nella pace; li vuole sereni, sicuri del suo amore, del suo perdono, della cura che egli ha di loro.

“Egli è la nostra pace”, dice san Paolo nella lettera agli Efesini (Ef 2,14). La pace del cristiano non viene da se stesso, dai suoi meriti, dalle sue buone azioni, dai suoi successi e dalle sue imprese; non viene dagli altri, da come gli altri lo trattano e si comportano con lui; non viene dagli avvenimenti e da quanto gli accade; la pace del cristiano gli viene da Cristo, ed è pace vera, stabile, sicura, che resiste ad ogni insidia. E di insidie la nostra pace ne riceve infinite, di continuo; ogni giorno essa è minacciata e messa in pericolo, alla prova. “Cristo è la nostra pace”, è colui che può calmare il cuore e riportare serenità e quiete nella tempesta più tempestosa. “Vi do la mia pace”, ha detto Gesù (Gv 14,27).

Il tempo pasquale sta per volgere al termine; chiediamo al Signore che la grazia di questo tempo liturgico ci renda creature ‘pasquali’, persone di speranza e di pace. Per la gioia nostra, e per il bene del mondo.

don Giovanni Unterberger

 

 

 

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