10a domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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(1 Cor 12,2-11;   Lc 18, 9-14)

Belluno, chiesa di s. Pietro, 13 agosto 2017

 

Due persone al tempio: una, il fariseo, davanti all’altare, l’altra, il pubblicano, in fondo al tempio. L’una ritta in piedi, sicura di sé, con lo sguardo alto e altezzoso, l’altra ripiegata su se stessa, con lo sguardo a terra. E due preghiere diverse: quella del fariseo, una preghiera di autocompiacimento e di autoglorificazione: “Io non sono ladro, ingiusto, adultero, io digiuno e pago le decime”; la preghiera del pubblicano, invece, una preghiera di umiltà: “O Dio, sii clemente con me peccatore”. Dice papa Francesco: “Quel fariseo prega Dio, ma in verità guarda a se stesso, prega se stesso invece che avere davanti agli occhi il Signore; si sta guardando allo specchio”. Il pubblicano invece fa vera preghiera.

Un padre certosino, in un saggio sulla preghiera, scrive: “La preghiera del pubblicano è l’unica preghiera normale per noi. Mai possiamo presentarci davanti a Dio senza portare nel nostro cuore degli ingombri: difetti, peccati, tracce lasciate dal peccato, ostacoli involontari, ma molto reali, a compiere l’opera di Dio nelle nostre vite”. In effetti, la nostra preghiera non può essere che quella del pubblicano: “O Dio, sii clemente con me peccatore”, nella fiducia che Dio l’accolga.

Continua il padre certosino nel suo scritto: “Ho l’impressione di non essere per Dio un partner molto attraente. Ma è questa la risposta che egli attende da me? Dio ha inviato suo Figlio per incontrarmi, me, come sono.  Il progetto di Dio è forse quello di entrare in comunione con degli esseri senza macchia, senza difetti e senza debolezze, oppure il Vangelo ci dice proprio il contrario, che il Padre ha inviato il Figlio per prenderci sulle sue spalle, perduti e feriti come siamo, e ricondurci all’ovile, dove vi è una gioia immensa nel vedere i peccatori accogliere Gesù nel loro cuore? Il tre volte santo non pone come condizione al nostro incontro che io sia perfetto, che io abbia ad offrirgli nel mio passato opere di valore, né che io sia capace nel futuro di rendergli dei servizi. Tutto questo non lo interessa. Non pone alcuna condizione. L’unico elemento indispensabile, perché l’incontro possa avvenire, è che io abbia fede nel suo amore e che desideri sinceramente venire trasformato.

E’ semplice. E’ infinitamente semplice. Ed è forse questo che rende la cosa difficile per me. Mi piacerebbe molto di più dire a me stesso che la qualità del mio incontro con Dio è opera mia. Sarebbero le mie qualità, le mie virtù a far piacere a Dio e ad attirarlo nel mio cuore. Sarebbe grazie ai miei sforzi che diverrei santo ai miei occhi e agli occhi dell’Altissimo. Non è questo il programma che ci sedurrebbe, anche se costoso ed esigente? Invece il programma proposto da Duo ci sconcerta a tal punto che esitiamo indefinitamente prima di lanciarci e, se cominciamo con un passo timido, abbiamo l’impressine di mancare di serietà nel nostro desiderio di piacere a Dio.

Ma Gesù ha detto: ‘Beati i poveri in spirito, perché di essi è il regno dei cieli” (Mt 5,3). Ci costa presentarci davanti a Dio senza avere da offrire null’altro che la nostra povertà, una povertà della quale abbiamo paura: quella delle nostre ferite, quella della nostra radicale indigenza spirituale, quella della nostra incapacità a varcare, con le sole nostre forze, la distanza che ci separa dalla santità di Dio”; ma questo è l’unico modo possibile, e vero, profondamente vero, di presentarci a Signore, quello che egli attende e che a lui -nel suo a noi inconcepibile amore- piace.

“Gesù raccontò una parabola per alcuni che si ritenevano giusti”. Non vogliamo essere dei farisei illusi di essere perfetti e salvi da noi; ma pieni di umiltà, e insieme pieni di fiducia nella bontà misericordiosa di Dio, andremo da lui con la preghiera del pubblicano: “O Dio, sii clemente con me peccatore”; e torneremo a casa giustificati. A casa perdonati!

don Giovanni Unterberger

 

 

 

 

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