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(Is 9,1-6; Ti 2,11-14; Lc 2,1-14)
25 dicembre 2017
L’imperatore di Roma, Cesare Augusto, aveva ordinato nel suo impero un grande censimento. Lo scopo era quello di conoscere il numero dei sudditi e il loro stato sociale ed economico, al fine di imporre congrue tasse e imposte. Lui, l’imperatore, se ne sarebbe rimasto tranquillo a Roma, nella sua reggia, senza problemi, ma popoli interi avrebbero dovuto affrontare difficoltà e disagi, perché ciascuno doveva farsi censire non nel luogo di residenza, ma nel suo luogo di origine, e quindi sottoporsi anche a grandi spostamenti.
Fu così che Giuseppe e Maria, da Nazareth, si recarono a Betlemme, con un viaggio di 150 chilometri, con Maria incinta e ormai al nono mese di gravidanza. Lì si presentò il problema di trovare alloggio, e dal brano di Vangelo che abbiamo ascoltato si evince che non fu cosa facile per loro il trovarlo; Luca nota: “Maria diede alla luce il suo figlio primogenito, lo avvolse in fasce e lo pose in una mangiatoia, perché per loro non c’era posto nell’alloggio”.
Guido Gozzano, poeta torinese, nel 1914 compose una poesia con l’intento di dare risonanza e risalto a questa difficoltà di Giuseppe e Maria; li immagina a Betlemme che chiedono a varie locande di essere accolti e ospitati. Giuseppe dice a Maria: “Consolati, Maria, del tuo pellegrinare! Siam giunti. Ecco Betlemme ornata di trofei. Presso quell’osteria potremo riposare, ché troppo stanco sono e tropo stanca sei”.
Maria bussa ad una prima locanda e chiede: “Avete un po’ di posto, o voi del Caval Grigio? Un po’ di posto avete per me e per Giuseppe?” Ma il locandiere risponde: “Signori, me ne duole; è notte di prodigio; son troppi i forestieri; le stanze ho piene zeppe”. Giuseppe allora bussa ad una seconda locanda: “Oste del Moro, avete un rifugio per noi? Mia moglie più non regge ed io son così rotto!” Ma il locandiere a lui: “Tutto l’albergo ho pieno, soppalchi e ballatoi. Tentate al Cervo Bianco, quell’osteria più sotto”. Giuseppe prova: “Oste di Cesarea….”, ma quel terzo locandiere non lo lascia neppure terminare la frase, e sbotta: “Un vecchio falegname? albergarlo? sua moglie? albergarli per niente? L’albergo è tutto pieno di cavalieri e dame, non amo la miscela dell’alta e bassa gente”. Giuseppe e Maria dovettero adattarsi ad una stalla, luogo degli animali, e lì dare al mondo il Signore.
In loro che cercavano casa era Gesù che cercava casa, era il Verbo di Dio che cercava casa. Il Verbo di Dio che aveva creato il mondo come casa all’uomo, cercava casa nel cuore dell’uomo. E’ il destino di Gesù sempre: allora e oggi. Gesù chiede, Gesù bussa, Gesù domanda ospitalità: “Mi vuoi? mi fai entrare? mi fai entrare nella tua vita? mi accogli? mi lasci fuori?” Questa è la domanda del Natale, la domanda che Gesù dalla culla del presepio ci rivolge. Egli ci dice: “Vuoi essere un vero cristiano? vivere con me? vuoi ascoltare la mia voce? vivere secondo i miei comandamenti, fare la mia volontà?”
Che grazia avrebbero avuto i padroni delle locande di Betlemme se avessero aperto le porte al Bambino che stava per nascere!Avrebbero avuto in casa il Salvatore, Cristo Signore, colui che avrebbe portato al mondo la pace: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che egli ama”, cantarono gli angeli quella notte! Noi avremmo gli angeli su di noi, sulla nostra casa; avremmo con noi colui che è la risposta ad ogni bisogno e anelito del cuore; colui che dal Cielo è venuto a trovarci per dirci che siamo amati, per darci se stesso, e per essere l’Emmanuele, il Dio con noi. Apriamo la porta!
don Giovanni Unterberger
