3° Domenica dopo l’Epifania

( Rm 12,16-21; Mt 8,1-13Gv 2,1-11)

26 gennaio 2014

Il Vangelo è pieno zeppo di gente ammalata che cercava Gesù, che si avvicinava a lui per essere guarita. La pagina di Vangelo che abbiamo ora ascoltato ci ha presentato due persone, un lebbroso e un centurione che chiedeva la guarigione di un suo servo; ma quante altre persone hanno fatto ricorso a Gesù per ottenere guarigione e salute!

Solo per ricordarne qualcuna: l’emorroissa, il cielo di Gerico, il paralitico di Cafarnao, il ragazzo epilettico, i dieci lebbrosi, la figlia della donna siro-fenicia, la suocera di Pietro. L’evangelista Marco dice che “quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo” (Mc 3,10), “perché da lui usciva una forza che sanava tutti” (Lc 6,19).

Da Gesù esce una forza, ancor oggi, che sana i mali spirituali. Non ci sono solo i mali fisici, ci sono anche i mali spirituali. E anche questi sono brutti, pesanti, dolorosi, a giudicare da quanto fanno stare male le persone, le rendono arrabbiate, stufe, scoraggiate, scontrose, prive di gioia, di serenità, di capacità di amare, di aprirsi ai fratelli; a giudicare da quante ingiustizie, imbrogli, soprusi, violenze, cattiverie, lotte, guerre, inimicizie ci sono nel mondo. Davvero siamo ammalati! Davvero l’umanità è un’umanità ammalata, che ha bisogno di essere guarita!

Il rimedio è ricorrere al medico; è ricorrere a Gesù. C’è una condizione di base necessaria per ricorrere al medico, ed è la consapevolezza di essere ammalati. Ora, se ci è facile avere consapevolezza di essere ammalati per quanto riguarda le malattie fisiche, non altrettanto facile ci riesce essere consapevoli e convinti di essere ammalati spiritualmente. Prova ne è che quando abbiamo una difficoltà con qualcuno, un contrasto, uno screzio, il moto interiore che ci nasce dentro per primo è quello di accusare l’altra persona, non già di esaminare noi stessi per vedere se per caso quella situazione possa dipendere anche da noi, da una nostra mancanza, da un nostro difetto.

Mi ha fortemente colpito una riflessione, un insegnamento di san Doroteo rivolto ai suoi monaci. San Doroteo era abate di un monastero a Gaza, nel sesto secolo d.C.; egli scrive: “Forse qualcuno mi chiede perché dovrebbe incolparsi quando, standosene in tutta tranquillità e pace, viene insultato dal fratello che sopraggiunge con qualche parola offensiva e infamante, e, non potendola sopportare, si ritiene in diritto di adirarsi e di protestare. Poiché se quello non fosse giunto e non avesse parlato e non avesse dato fastidio, egli non avrebbe peccato. La scusa è certamente ridicola e non poggia su un ragionevole fondamento. Non è stato certamente per il fatto che gli sia stata detta qualche parola, che è ribollita in lui la passione dell’ira, ma piuttosto quelle parole hanno svelato la passione che già si portava dentro. Perciò, se ha buona volontà, avrà ottime ragioni per fare penitenza. Egli è simile alla segala chiara e splendente che rivela le sue scorie solo quando viene macinata. Così colui che siede tranquillo e pacifico, come egli pensa, possiede all’interno una passione che non vede. Sopraggiunge il fratello, dice qualche parola pungente, e subito tutto il fondo deteriore, che si nascondeva dentro, è vomitato fuori. Perciò, se vuole ottenere misericordia, faccia penitenza, si purifichi, cerchi di migliorare”.

San Doroteo ci avverte che abbiamo un fondo dentro il nostro animo che è malato, che non è sano, che continuamente spurga. È ciò che ha lasciato in noi il peccato originale. Gesù dice: “E’ dal cuore dell’uomo che escono le cattive intenzioni, le cupidigie, le malvagità, gli inganni, le impudicizie, la superbia” (Mc 7,21-22).

Il nostro cuore ha un fondo in sé che ha bisogno di essere purificato. Ed è importante che ne prendiamo consapevolezza, perché senza questa consapevolezza non ricorreremo al medico, a Gesù, per essere guariti. Quanto più invece ci riconosceremo malati e peccatori, tanto più lo cercheremo, tanto più ci getteremo su di lui, come facevano i malati del Vangelo. E tanto più otterremo guarigione.

Il pellegrino russo ripeteva: “Signore Gesù, abbi pietà di me peccatore”. Il salmista diceva: “Sanami, Signore, ho peccato contro di te” (Sal 41,5); e diceva ancora: “In me non c’è nulla di sano, nulla è intatto nelle mie ossa per i miei peccati. Le mie impurità hanno superato il mio capo. Putride e fetide sono le mie piaghe; sono curvo e accasciato, triste mi aggiro tutto il giorno. Non abbandonarmi, Signore, Dio mio, da me non stare lontano; accorri in mio aiuto, Signore, mia salvezza” (Sal 38, 4-7.22-23). Siamo dei malati. Siamo malati, ma abbiamo il medico. Ricorriamo a lui con fiducia.

 

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