20° Domenica del Tempo ordinario

(Is 56, 1.6-7; Rm 11,13-15.29-32; Mt 15,21-28)

Duomo, sabato 19 agosto 2014

Il cuore del Signore è un cuore grande. Nel cuore del Signore ci sta tutta l’umanità. Siamo oltre sette miliardi oggi sulla terra, e siamo cristiani, ebrei, musulmani, induisti, scintoisti, animisti, seguaci di Confucio e di mille altre fedi; e siamo tutti nel cuore di Dio.

Gesù nella sua vita terrena svolse il suo ministero prevalentemente in Palestina, ma compì alcune puntate anche oltre i confini di Israele. Arrivò ad esempio nei pressi di Cesarea di Filippo, regione ellenista, all’estremo nord (Mt 16,13); si addentrò nella regione della Decapoli, terra pagana al di là del Giordano, ove guarì un sordomuto (Mc 7,31-33) e ove liberò da satana un indemoniato (Lc 26-39). Arrivò fino dalle parti di Tiro e Sidone, città fenicie, pagane anch’esse, e lì Gesù liberò dal demonio una ragazza, figlia di una donna cananea, pagana come abbiamo sentito ora nel Vangelo. Gesù non limitò la sua salvezza al popolo ebraico, ma portò salvezza oltre quel popolo; egli era venuto per la salvezza di tutti i popoli. Con il suo ministero al di fuori dei confini di Israele Gesù voleva educare a formare i suoi apostoli ad uno sguardo missionario universale, aperto al mondo intero.

Nel disegno di Dio i primi destinatari del messaggio di Gesù dovevano essere gli ebrei; erano essi il popolo che nella sua sapienza e provvidenza (a noi ne sfuggono i motivi) Dio aveva scelto come popolo con cui intrattenere un rapporto particolare e a cui fare dono di una rivelazione del tutto speciale: l’Antico Testamento. A quel popolo, per primo, doveva essere offerto anche il dono del Nuovo Testamento, il messaggio e l’opera di Gesù. Questo è il senso delle parole di Gesù alla cananea: “Non sono stato mandato se non alle pecore perdute della casa di Israele”, e la iniziale riluttanza di Gesù nel compiere il miracolo di liberazione da satana. Era per dire: i primi destinatari della mia missione sono gli ebrei; e Gesù voleva aiutare gli ebrei a prendere coscienza del privilegio che essi avevano, quello di essere i primi destinatari del dono di Cristo. Ma poi Gesù compì il miracolo, segno chiaro ed evidente che egli era il salvatore di tutto il mondo, di tutti gli uomini, ebrei e non ebrei.

Trasferito ai nostri giorni, questo sta a dirci che anche oggi il Signore è attivo e all’opera in tutti i popoli, in vista di salvare tutti i popoli. Egli non sta salvando solo i cattolici, solo i cristiani, ma egli sta salvando anche coloro che cristiani non sono, coloro che non hanno mai sentito parlare di Cristo, coloro che non sono cristiani perché nati in un’altra fede, in un’altra religione, e praticano la religione in cui sono nati, la religione dei loro padri. Dio ha mille modi per salvare gli uomini. Là dove c’è ricerca di verità, dove c’è desiderio di bene, dove c’è amore e pratica di opere di carità, là c’è salvezza; là Dio salva, a qualsiasi fede e religione l’uomo appartenga. Ce lo assicura Gesù stesso, con le parole: “Avevo fame, avevo sete, ero nudo, ero pellegrino, ammalato, prigioniero, e mi avete aiutato. Venite nel regno del Padre mio” (Mt 25,31-40). Qui Gesù non fa distinzione di religioni; fonda tutto sulle opere di carità, sull’amore ai fratelli. Questa, in fondo, è la legge che egli ci ha lasciato, e ha lasciato a tutti gli uomini: “Amerai il prossimo come te stesso; pieno compimento della legge è l’amore” (Rm 13,9-10).

Questo sguardo sull’umanità e questo sguardo sul cuore di Dio ci dà fiducia, ci dà serenità, ci fa sperare in una grande, larga salvezza per il mondo. Il popolo di Israele, però, ci ha detto san Paolo nella seconda lettura, non fu all’altezza del privilegio offertogli da Dio. Nella sua quasi totalità il popolo ebraico si chiuse a Cristo, ed ancora oggi non lo riconosce come il Messia e come il salvatore del mondo.

Oggi siamo noi cristiani il popolo privilegiato, il popolo che Dio, nella sua provvidenza, ha arricchito di ogni dono e grazia di salvezza. Noi abbiamo Cristo, possediamo Cristo, l’abbiamo presente e vivo nell’Eucaristia; possediamo la sua parola, il Vangelo; abbiamo un tesoro inestimabile di preghiere nella liturgia; siamo sostenuti dall’esempio e dall’intercessione di una schiera innumerevole di santi. Doni così grandi e preziosi sono doni solo di noi cristiani. Doni che dobbiamo cercare di far conoscere e di partecipare a chi cristiano ancora non è; doni che fortemente ci impegnano a una vita santa, ad una vita buona, ad una vita che sia davvero secondo Dio. “A chi fu dato di più è richiesto dato di più è richiesto di più”, dice il Signore (Lc 12,48).

Teniamo conto di questa nostra responsabilità. Nel mondo noi dobbiamo essere “luce e sale” (Mt 5,13-14), “astri che brillano” (Fil 2,15); uomini di pace, di amore e di bontà. Non veniamo meno a questa nostra vocazione.

 Don Giovanni Unterberger

 

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