24° Domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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Col 3,12-17;   Mt 13,24-30

Belluno, chiesa di s. Stefano, 6 novembre 2016

‘Lasciar fare a Dio’: un bel impegno! Un bello sforzo su noi stessi! Una disciplina sul nostro ‘io’, che vorrebbe avere tutto sotto controllo, tutto dominare, tutto dirigere, tutto far andare secondo noi stessi.

La parabola del grano e della zizzania che Gesù ha raccontato tende a curare il nostro istinto interventista, il nostro voler agire e fare a volte a proposito e a volte a sproposito. I lavoratori del campo di grano, infestato dalla zizzania, erano pronti a muoversi per strappare la zizzania. Per fortuna chiesero al padrone del campo: “Vuoi che andiamo a raccoglierla?”; il padrone del campo rispose: “Lasciate fare a me; farò io; voi non fareste bene”.

Dio si riserva di agire, lui, in tante situazioni, specialmente quando si tratta di agire sui cuori degli uomini. Noi talvolta abbiamo la presunzione di agire sui fratelli, sulle persone, vogliamo farle camminare per le strade che intendiamo noi; noi sappiamo… noi vediamo giusto… se tutti facessero come diciamo noi…

Alla base di un tale atteggiamento c’è un ‘io’ troppo forte, un ‘io’ un pizzico presuntuoso, che pensa di vedere bene tutto e invece può essere che qualcosa gli sfugga; e c’è, alla base, poca fiducia in Dio, quasi che, se non facciamo noi, se non interveniamo noi,  le cose andranno certamente male; e dimentichiamo che Dio tiene in mano tutto, ha in mente tutte le situazioni; e sta lavorando, agendo, sollecitando al bene tutti i cuori. Lui, il padrone dei cuori. Più fiducia, quindi, in Dio e nel suo fare, nel suo agire!

Ma allora noi non dobbiamo fare nulla? Non dobbiamo agire in nessun modo nei confronti dei fratelli? Neppure qualora fossero nell’errore, nello sbaglio, in un cammino non buono? Sì, ci può essere qualcosa che dobbiamo fare noi, qualcosa che il Signore può volere che facciamo noi.

San Paolo nell’epistola ce ne indica le modalità. Ci ha detto: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente”. Ecco un primo requisito perché il nostro agire sia giusto, e perché -prima ancora- possiamo capire se sia giusto l’intervenire o il non intervenire: “La parola di Cristo dimori tra voi abbondantemente”. La parola di Cristo, la Parola di Dio, deve diventare il criterio per il discernimento, deve essere la luce da cui lasciarsi illuminare. Consultare la Parola di Dio, lasciarsi guidare da essa, è garanzia di un agire giusto. Non, dunque, il nostro istinto, ma la Parola di Dio.

E poi Paolo aggiunge: “Ammaestratevi e ammonitevi con ogni sapienza”. L’apostolo invita, nel fare discernimento, ad ammaestrarsi vicendevolmente, a consultarsi con qualche fratello o sorella di fede. Insieme si vedono meglio le cose; insieme si valuta meglio la situazione da correggere e si capisce se sia il caso di intervenire oppure no; insieme si individuano più chiaramente le intenzioni del cuore: se a spingere ad intervenire sono l’impazienza e la non sopportazione; se lo è la pretesa di perfezione nell’altra persona, o se invece è un vero e perfetto atto d’amore verso di essa.

“Non siate troppo veloci e troppo zelanti -ci dice il Signore- nel voler strappare la zizzania dal cuore dei fratelli; tenete presente che ci possono essere casi in cui non tocca a voi farlo; o casi in cui non riuscireste proprio a farlo; casi di fronte ai quali voi siete impotenti. Ma ricordate sempre che io sono all’opera nel cuore di tutti e che a suo tempo io saprò strappare la zizzania dal cuore e dalla vita di tutti. Io sono quel padrone del campo che al momento della mietitura dirà ai mietitori: raccogliete prima la zizzania e legatela in fasci per bruciarla; il grano invece riponetelo nel mio granaio. Io sarò salvatore e redentore; sarò capace di bruciare il male e di far fiorire il bene. Abbiate fede e fiducia in me, nella mia opera!

don Giovanni Unterberger

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