26° Domenica dopo Pentecoste (forma straordinaria)

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1 Tess 1,2-10;   Mt 13,21-35

Belluno, chiesa di s. Stefano, 13 novembre 2016

Questa è la terza domenica di seguito che, mentre epistola e vangelo cambiano, l’introito, il graduale, il versetto all’Alleluja, l’antifona all’offertorio e alla comunione restano invariati, sono sempre gli stesi, e sono testi meravigliosi, che ci parlano di realtà straordinariamente belle e consolanti.

L’introito è preso dal libro del profeta Geremia. Il profeta ha davanti a sé gli esuli di Gerusalemme deportati a Babilonia. Essi si trovano in terra straniera, fatti schiavi dal re Nabuccodonosor, e ormai senza speranza di ritorno in patria. Ad essi il profeta rivolge una parola di straordinaria consolazione: “Così dice il Signore: ‘Io nutro per voi pensieri di pace e non di sventura. Mi invocherete  e io vi esaudirò, e vi riscatterò da qualunque luogo in cui siete stati fatti schiavi’ ”.

Promessa meravigliosa! “Io nutro per voi pensieri di pace”. Dio non è arrabbiato con quegli esuli. Nutre pensieri di pace. Essi gli sono stati infedeli, l’hanno offeso, hanno violato l’alleanza con lui; ma egli, Dio, non è arrabbiato con loro. E vuole andare a riprenderli da qualsiasi luogo in cui essi si trovano ad essere schiavi, per riportarli a libertà.

Sono molte le schiavitù che ancor oggi tengono oppressi gli uomini: schiavitù dal male, da cattive passioni, da cattive abitudini; schiavitù dal denaro, dal sesso, da un ‘io’ superbo; schiavitù da paure, da situazioni di incomunicabilità con persone amiche e famigliari; schiavitù da rancori, invidie, gelosie. Siamo schiavi. “Facciamo il male che non vorremmo fare e non riusciamo a fare il bene che vorremmo fare”, dice san Paolo (cfr Rm 7,19). Siamo schiavi del peccato e della nostra debolezza.

Il Signore vuole liberare l’uomo da ogni schiavitù, anche da quelle schiavitù in cui l’uomo fosse caduto per colpa propria, per non avere a sufficienza ascoltato il Signore, come gli esuli di Gerusalemme, finiti schiavi a Babilonia per non aver ascoltato Dio e i profeti. Da ogni schiavitù vi riscatterò, dice il Signore.

“Dall’abisso io grido a te, o Signore; Signore, ascolta la mia preghiera”, recitano il versetto all’Allleuja e l’antifona all’offertorio. ‘Dall’abisso in cui mi trovo, o Signore, io grido a te’, diciamo anche noi. Ciascuno di noi ha le sue schiavitù, schiavitù che hanno il sapore dell’abisso, di una profondità e di una difficoltà che non riusciamo a vincere e a superare. Siamo nell’abisso, incapaci di risalire; ma dal nostro abisso noi gridiamo a Dio, a quel Dio che, dal cielo, è sceso nell’abisso degli uomini, per sollevare l’uomo dall’abisso ed innalzarlo fino al cielo, fino a sé.

La nostra preghiera è fiduciosa e crede che sarà ascoltata. L’antifona alla comunione recita: “In verità io vi dico: ‘Tutto quello che domandate nella preghiera, credete che lo riceverete e che vi sarà dato’ ”. Sono parole di Gesù. La nostra preghiera è rivolta non a un Dio cattivo e duro, ma a un Dio ben disposto verso di noi, che vuole già di sua volontà venirci incontro, liberarci dalla schiavitù, tirarci fuori dall’abisso. A questo Dio noi gridiamo, e attendiamo da lui la salvezza. Egli nutre per noi pensieri di pace e non di sventura.

don Giovanni Unterberger

 

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