4a Domenica di Pasqua (forma ordinaria)

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At 2, 14a.36-41;   1Pt 2, 20b-25;   Gv 10,1-10

Duomo di Belluno, sabato 6 maggio 2017

E’ commovente il rapporto tra il pastore di cui ci ha parlato il Vangelo, e le sue pecore. Quel pastore conosce le sue pecore una per una; esse non sono per lui ‘gregge’, semplice armento, ma sono pecore amate una per una, conosciute una per una; ciascuna con un proprio nome: “Egli chiama le sue pecore ciascuna per nome”, ci ha detto l’evangelista. Quel pastore ha le sue pecore tutte presenti al suo cuore. Lo sappiamo, è Gesù quel pastore; pastore che ci conosce, che ci vuole bene e ci ama singolarmente, uno per uno.

Come farà mai Dio a tenere presenti, contemporaneamente, i sette miliardi di persone viventi al mondo? Noi non riusciamo ad immaginare come egli riesca a farlo; per noi già cento, mille persone da tenere presenti contemporaneamente sono un’impresa impossibile; la nostra testa è tanto piccola, la nostra mente è tanto limitata! Ma Dio non è un uomo, Dio è Dio! Dio è infinito; per lui ogni persona è come se fosse l’unica; per cui ciascuno di noi può dire: “Dio mi conosce; Dio sa che ci sono; Dio conosce il mio nome”.

Per la Bibbia, ma anche per noi e per la nostra cultura, il nome è la persona. Conoscere il nome, per la Bibbia, è conoscere la persona nelle sue pieghe più profonde e più intime, in tutto ciò che essa è. E’ conoscere il suo cuore, il suo pensare, il suo agire, il suo sperare, il suo temere, il suo soffrire, il suo desiderare, il suo aver peccato, il suo invocare salvezza. Il Signore conosce tutto ciò che siamo, nulla gli sfugge.

Una volta (i più anziani lo ricordano) ci veniva detto: “Dio ti vede”, e questa affermazione veniva raffigurata graficamente con un triangolo richiamante, con i suoi tre lati, la Santissima Trinità, e, con all’interno del triangolo, un occhio: l’occhio di Dio. Quell’occhio rischiava di incuterci paura, quasi che fosse un occhio attento ai nostri sbagli, ai nostri errori, ai nostri peccati per castigarci. Invece, sì, Dio ci vede, il suo occhio è costantemente aperto su di noi, ma è l’occhio di un Dio buono, di un padre che guarda ai suoi figli perché non cadano e non si facciano male, per rialzarli qualora fossero caduti; è l’occhio di un buon pastore che veglia sulle sue pecore per custodirle, per nutrirle, per guidarle e beneficarle.

Gesù è il buon pastore, il pastore che è anche la porta: “In verità, in verità io vi dico: io sono la porta delle pecore”. Gesù è la porta che introduce noi, sue pecore, ai pascoli della vita: “Io sono venuto perché abbiano la vita, e l’abbiano in abbondanza”. I pascoli a cui Gesù ci introduce sono i pascoli della sua Parola, dell’Eucaristia, della comunione con Dio, della fratellanza tra di noi; i pascoli della fiducia e della speranza. Abbiamo bisogno di questi pascoli; abbiamo bisogno di questa porta, di questo pastore.

E abbiamo bisogno, noi pecore, di conoscere la voce del pastore: “Le pecore lo seguono perché conoscono la sua voce”, ci ha detto il Vangelo. Conoscere la voce di Gesù è condizione per poterlo seguire. Solo chi si impegna a conoscere la voce di Gesù, a lasciarla risuonare dentro nel silenzio del proprio cuore in tempi prolungati di meditazione e di adorazione, solo chi la sa distinguere dalle voci false del mondo, solo costui potrà seguire veramente Gesù e arrivare ai pascoli della vita. Abbiamo un pastore che vuole guidarci e prendersi cura di noi; saremo pecore docili e obbedienti alla sua voce.

E in questa domenica in cui la Chiesa ci chiede di pregare per nuove vocazioni al ministero sacerdotale, chiediamo a Cristo, buon pastore, che non ci lasci mancare i pastori; che ce li dia santi e pieni di zelo per la salvezza delle nostre anime. In antico, nel libro del profeta Geremia, Dio ha promesso: “Vi darò pastori secondo il mio cuore” (Ger 3,15); possa egli, anche per le nostre preghiere e per la nostra buona vita cristiana, realizzare la sua promessa.

 

 

don Giovanni Unterberger

 

 

 

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