3a Domenica dopo Pasqua (forma straordinaria)

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(1 Pt 2,11-19;   Gv 16,16-22)

Belluno, chiesa di s. Stefano, 7 maggio 2017

Sofferenza e gioia: due realtà opposte, tra loro contrarie, eppure tanto spesso mescolate l’una con l’altra. Alla domanda: ‘Nella vita ci sono più sofferenze o più gioie? Più momenti di fatica e di dolore, o più momenti di serenità e di allegrezza?’, ci viene forse da rispondere: ‘Più momenti di fatica’. E in realtà i momenti di fatica, di sofferenza e di preoccupazione sono molti. Specialmente se guardiamo a certe vite segnate da grandi e persistenti dolori.

Gesù era a cena con i suoi apostoli. Il cenare con Gesù non poteva essere se non un momento di gioia; ma Gesù stava facendo capire ai suoi apostoli che quella era l’ultima cena consumata da lui con loro sulla terra, poi se ne sarebbe andato: “Ancora un poco e non mi vedrete”. Gli apostoli sarebbero rimasti senza Gesù, nel dolore; nel dolore della separazione da un grande amico che aveva loro scaldato il cuore e dato speranza alla loro vita.

Ma Gesù aggiunse subito: “Un po’ ancora, e di nuovo mi vedrete”, come a dire: “L’ultima parola non sarà la sofferenza, il dolore, ma sarà la gioia, il gaudio”. E Gesù portò un esempio bello, tenero, tanto espressivo, l’esempio della donna che partorisce: “La donna, quando partorisce, è afflitta, perché è giunta la sua ora; ma quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più dell’afflizione per la gioia che è venuto al mondo un uomo”.

L’esempio un po’ ci stupisce; ci stupisce che Gesù abbia portato questo esempio, prettamente femminile, a un gruppo di soli maschi, gli apostoli. Ma l’esempio è bellissimo e, oltretutto, è portatore di un particolare messaggio che Gesù voleva dare. Il dolore della donna nel parto è vicino, nel tempo, cronologicamente, alla gioia dello stringere tra le braccia la propria creatura appena partorita; dolore e gioia tra loro vicini. Così il dolore degli apostoli di perdere Gesù sarebbe stato seguito a breve dalla gioia del vederlo risorto, del vederlo vivo, ancora con loro: solo tre giorni. Così è il dolore dell’uomo: non è l’ultima parola sulla sua vita, e non è neppure realtà eterna, che durerà per sempre. Per sempre durerà la gioia che Dio vuole dare.

Dolore e gioia: realtà vicine tra loro, separate da un confine sottile. Abbiamo sperimentato anche noi, alle volte, che da momenti e stati d’animo di sofferenza siamo passati, quasi all’improvviso, o in breve tempo, a stati d’animo di sollievo e di pace, pur senza che attorno a noi le circostanze esterne fossero cambiate. E ciò fu per un nostro atto di fede, per un credere alla presenza di Gesù; per il credere che Gesù ci era vicino, accanto. Il Signore creduto presente ci ha fatti passare dalla tristezza alla serenità, dalla paura alla fiducia, dallo sconforto al conforto. Gesù fu capace di farci fare questo passaggio. Egli, il presente.

“Vi vedrò di nuovo -egli ha detto- e il vostro cuore si rallegrerà, e nessuno vi potrà togliere la vostra gioia. Ancora un po’ e mi vedrete”. Gesù, risorto, si fa vedere ancora; la fede lo vede!  il cuore che ama lo vede! E’ breve il tempo tra il dolore della donna che partorisce e la gioia d’avere il suo bambino tra le braccia; può essere breve anche il nostro tempo tra il dolore e la gioia, tra la tristezza e la serenità; lo sarà nella misura in cui sapremo ricorrere subito alla presenza del Signore; subito a lui accanto a noi; subito a lui che ci soccorre, che ci ama e che ci dice: “Io sono con te”. E’ problema di fede; è problema di saper credere; di volere, con forza, ‘vedere’ l’invisibile.

Allora diciamo: ‘Signore, aumenta la mia fede! Signore, fa’ che io veda!”

 don Giovanni Unterberger

 

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