23° Domenica del Tempo ordinario 2017 (forma ordinaria)

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Ez 33,7-9;  Rm 13,8-10;  Mt 18,15-20

Duomo, sabato 9 settembre 2017

 

Nel Vangelo di Matteo, subito dopo il brano che abbiamo ora sentito, c’è la richiesta di perdonare sempre.  L’apostolo Pietro domanda a Gesù: “Signore, quante volte dovrò perdonare al mio fratello, se pecca contro di me? Fino a sette volte?” E Gesù gli risponde: “Non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette” (Mt 18,21-22). E’ da perdonare sempre, dice Gesù. Ma se è da perdonare sempre, c’è ancora spazio per la correzione vicendevole, come ci invita a fare il Vangelo di oggi? Perdono accordato sempre, e correzione fraterna, possono stare insieme? Non è che il primo tolga spazio e motivo di essere alla seconda?

Perdono e correzione fraterna non sono in contrasto tra loro, non si escludono, piuttosto si aiutano. La stessa correzione fraterna ha bisogno del perdono. Fa vera e positiva correzione del fratello che l’ha offeso, solo colui che nel suo cuore ha perdonato l’offesa arrecatagli dal fratello. Finché, infatti, nel cuore ci fosse ancora indignazione, rabbia, risentimento per l’offesa e il torto ricevuti, il cuore non sarebbe ancora pronto a fare vera correzione. Solo un cuore di carità può correggere bene. Infatti la correzione fraterna è opera di carità. Tra le opere di misericordia spirituali c’è quella che dice: “Ammonire i peccatori”, cioè correggere chi ha sbagliato. Correggere chi ha sbagliato, richiamarlo sulla via giusta, fargli prendere coscienza dell’errore ed eventualmente aiutarlo ad uscirne, è opera di carità, è opera di misericordia; è interessarsi al suo bene, alla sua crescita; è un volergli davvero bene.

Ecco, dunque, che Gesù invita alla correzione, a questo modo particolare di voler bene, di amare. I genitori vogliono bene ai figli quando li correggono e sanno dire anche dei ‘no’, aiutando i figli a gestire bene la loro libertà. I coniugi si vogliono bene tra di loro quando usano tra di loro la correzione. Un educatore vuole bene ai suoi allievi quando li corregge. Occorre però tanta carità. Occorre correggere non per dare soddisfazione a sé, ma per fare un servizio all’altro. Occorre capire il ‘come’, il ‘quando’. il ‘quanto’ correggere.

Papa Giovanni XXIII riporta nel suo diario ‘Il giornale dell’anima’ una massima, a questo riguardo, di san Bernardo di Chiaravalle, alla quale egli cercava di attenersi: “Omnia vidère, multa dissimulare, pauca corrìgere”, “vedere tutto, passare sopra a molte cose, alcune poche correggerle”. Non è il caso di voler correggere tutto, proprio tutto, si potrebbe diventare insopportabili; per molte cose occorre avere pazienza; ma sulle cose importanti è necessario intervenire: si mancherebbe di carità verso il fratello, la sorella, a non farlo. Siamo tutti ‘sentinelle’ gli uni degli altri, ci ha detto il profeta Ezechiele nella prima lettura; il destino degli altri deve riguardarci e starci a cuore, specialmente se si trattasse del destino eterno delle persone, di loro scelte che andassero gravemente contro la legge di Dio.

Può essere, alle volte, che non ci sia dato di intervenire, ad esempio perché l’altra persona non ci vuole ascoltare, e un nostro intervento non farebbe che irritarla e spingerla a chiudersi in se stessa ancora di più; in questo caso non resta che pregare. Possiamo fare come gli amici del paralitico di Cafarnao, che fecero calare dal tetto la barella con sopra il paralitico, e lo deposero davanti a Gesù perché lo guarisse (cfr Mc 2,1-12); possiamo fare come i parenti della suocera di Pietro, che parlarono di lei, ammalata, a Gesù, perché la sanasse (cfr Mc 1,29-31). Abbiamo fiducia nella preghiera: presentiamo con essa a Dio le persone; Dio può correggere là dove noi non riusciamo a correggere.

Ci dia il Signore il dono di saperci vicendevolmente, e nel modo giusto, correggere; e insieme ci dia anche l’umiltà di lasciarci correggere.

don Giovanni Unterberger

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