Terza domenica di Avvento 2017 (forma ordinaria)

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(Is 61,1-2. 10-11;   1Ts 5,16-24;   Gv 1,6-8. 19-28)

Duomo di Belluno, sabato 16 dicembre 2017

 

È la domenica ‘Gaudete’, oggi, la domenica che prende il nome dalla prima parola dell’Introito: ‘Gioite, rallegratevi”. L’altare è ornato di fiori, l’organo suona, i paramenti del sacerdote sono di un viola attenuato, sono rosacei.

Per la gioia siamo fatti, ma quanto è difficile essere gioiosi, contenti; contenti non solo a momenti e a sprazzi, ma sempre e di continuo, tutti i giorni! La gioia è continuamente minacciata da un’infinità di fastidi, di disturbi, di prove, di sofferenze; solo una grazia speciale da parte di Dio può darci la gioia, o per lo meno la serenità, in mezzo alle tribolazioni della vita. È una grazia da domandare, questa; una grande grazia da domandare!

Ma oggi vogliamo, per un attimo, soffermarci a riflettere su un ostacolo molto grosso alla gioia, su di un atteggiamento dello spirito che la impedisce in modo totale. Ce ne dà lo spunto Giovanni Battista di cui ci ha parlato il Vangelo.

Giovanni stava battezzando lungo le rive del Giordano, e molta gente accorreva a lui. Scese al Giordano una delegazione di sacerdoti e leviti di Gerusalemme a chiedergli chi egli fosse e con quale autorità facesse quanto andava facendo. “Sei tu Elia? Sei il profeta? Se il Cristo, il Messia?” Giovanni rispose di botto: “No, io non sono nulla di tutto ciò; io sono una semplice voce che grida nel deserto: Preparate la via al Signore”. Giovanni si rivela totalmente decentrato da sé, un uomo libero e scevro da ogni sorta di autoreferenzialità.

L’autoreferenzialità, l’autocentratura, è ostacolo assoluto alla gioia. L’uomo centrato su se stesso non sarà mai contento, veramente contento, perché, tutto teso a soddisfare se stesso e sempre narcisisticamente legato al suo ‘io’, si chiuderà all’altro, non attiverà rapporti e legami con il prossimo, e cadrà in uno sterile isolamento; isolamento che degenererà facilmente in solitudine, se non addirittura in conflitto e contrasto con le persone con cui venisse in contatto. E questa non sarebbe condizione di gioia. Gioia c’è nel condividere, nel comunicare, nel vivere in comunione.

Decentrarsi da sé non è cosa facile: nasciamo autocentrati; vediamo quanto autocentrati siano i bambini che vogliono tutto per sé ed essere al centro dell’attenzione; ma anche gli adulti possono soffrire di questa malattia e non esserne esenti; voler essere al centro del mondo! Occorre aprirsi.

Siamo alla terza domenica d’Avvento e ci prepariamo al Natale, attendiamo una venuta. Per accogliere una venuta è necessario essere aperti. L’autocentratura blocca la porta e lascerebbe il Venuto fuori di casa. Gesù potrebbe rimanere fuori casa. L’evangelista Giovanni, nel prologo del suo Vangelo, notò questa triste possibilità, anzi la disse accaduta all’interno di Israele: “Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). Non accogliere il Signore sarebbe un privarci di gioia, perché il Signore, con la sua presenza, con la sua salvezza, con la sua bontà, con la sua promessa di vita, è motivo di gioia, di quella gioia di cui il nostro animo ha bisogno. Aperti al Signore che viene, col desiderio di lui e con la preghiera che lo invoca.

Ecco, dunque: aperti e decentrati; decentrati da noi, per non impedirci la gioia.

 don Giovanni Unterberger

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