6a domenica del Tempo Ordinario (forma ordinaria)

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(Lev 13,1-2. 45-46;   1Cor 10,31-11,1;   Mc 1,40-45)

Duomo di Belluno, sabato 10 febbraio 2018

 

Tre atteggiamenti, due del lebbroso e uno di Gesù, resero possibile il miracolo che abbiamo ora sentito narrare.

Il lebbroso prese sul serio il proprio male, non lo sottovalutò, non vi si adattò. E’ difficile pensare che un lebbroso possa sottovalutare e adattarsi alla propria malattia; tutto in lui si ribella ad essere malato di quel male; la lebbra è una malattia terribile. E proprio il rendersi conto di essere così malato lo spinse a desiderare e a cercare guarigione.

Ciò accade anche a noi sul piano fisico; appena ci accorgiamo di avere qualche disturbo e sentiamo nel nostro corpo qualcosa che non va, ricorriamo al medico, assumiamo le medicine necessarie. Ma forse non accade altrettanto sul piano spirituale e morale. Forse non ci rendiamo conto a sufficienza di quanto possiamo essere malati nell’anima.

Mi colpì molto, quando la lessi, un’istruzione di san Doroteo abate del monastero di Gaza, vissuto nel secolo VI d.C., il quale disse ai suoi monaci: “Se tu sei nella tua cella, immerso nella preghiera o nella lettura, e sopraggiunge un tuo confratello a disturbarti con discorsi interminabili e  futili, e continua a lungo, a lungo a parlarti, e tu a un certo punto ti spazientisci e ti adiri, non dire: ‘Mi sono adirato per colpa di quel confratello’; non dire: ‘a causa di quel confratello è ribollita in me la passione dell’ira’; ma dì piuttosto: ‘quel confratello non ha fatto che risvegliare e mettere in moto in me la passione dell’ira che già mi portavo dentro nell’anima’. Ti è accaduto -concludeva san Doroteo- come alla segala chiara e splendente, che rivela le sue scorie quando viene macinata. Così colui che siede tranquillo e pacifico, come egli pensa, possiede all’interno una passione che non vede; sopraggiunge il fratello, pronuncia discorsi noiosi, e subito tutto il fondo deteriore, che si nascondeva dentro, è vomitato fuori”.

Nel fondo dell’anima noi non abbiamo solo la passione dell’ira, ma abbiamo tutta una serie di inquilini cattivi e brutti che ci ammorbano il cuore; sono i cosiddetti sette vizi capitali: la superbia, l’avarizia, la lussuria, l’ira, l’invidia, la gola, l’accidia. Questi vizi ci rendono malati nello spirito, e sono fonte di pensieri, di parole, di azioni e comportamenti peccaminosi. Ne abbiamo consapevolezza? Siamo coscienti di quanto ‘malati’ siamo? Se non ci considerassimo malati, non desidereremmo di essere guariti, non cercheremmo la guarigione. Il lebbroso del Vangelo invece desiderò fortemente di essere guarito; si sentiva malato.

Egli, il giorno che incontrò Gesù, gli si inginocchiò davanti e gli disse: “Se vuoi, puoi purificarmi”. E’ il secondo atteggiamento del lebbroso che rese possibile il miracolo: la sua totale fiducia in Gesù.  Se il lebbroso avesse dubitato della potenza e della capacità di Gesù di guarirlo, non gli si sarebbe avvicinato, non gli avrebbe chiesto nulla. E invece: “Tu, Gesù, puoi guarirmi; tu hai la forza e la capacità di farlo. Guariscimi!”

E’ la fiducia che è necessaria anche a noi. Nessuna guarigione avverrà in noi se non andremo da Gesù con la certezza, certezza che è fede, che lui può sanarci, può trasformarci, può farci diversi e più buoni. Che la Parola di Dio non sia forte? Che l’Eucaristia non sia potente? Che la preghiera a Maria non faccia nulla? Ricorriamo con fiducia a questi aiuti spirituali: sperimenteremo in essi la forza di Gesù guaritore. Gesù è potenza di Dio.

E, da ultimo, l’atteggiamento di Gesù, necessario anch’esso per la guarigione del lebbroso. Il Vangelo dice:”Ne ebbe compassione, tese la mano, lo toccò e gli disse: Lo voglio, sii purificato!” L’atteggiamento di compassione di Gesù risponde sempre alla nostra richiesta di guarigione spirituale. Gesù vuole guarirci, vuole sanarci. Di questo possiamo essere certi; e questa certezza ci aiuta ad andare da lui con fiducia. Gli diciamo allora: “Signore, sono malato, guariscimi”, ed egli ci risponderà: “Sì, ti guarisco”.

don Giovanni Unterberger

 

 

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