22a domenica del Tempo Ordinario (forma ordinaria)

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(Dt 4,1-2.6-8;   Giac 1,17-18.21b-22.27;   Mc 7,1-8.14-15.21-23)

Duomo di Belluno, 1 settembre 2028

La fede e la morale, al tempo di Gesù, avevano profondamente deragliato; non erano più la vera fede e la vera morale. Gesù cercò di correggerle e di rinnovarle. Gli scribi, i farisei, i dottori della legge, i vari rabbini, sia pur con buone intenzioni, le avevano rovinate e corrotte. Le avevano corrotte perché avevano aggiunto del proprio, le avevano interpretate secondo il proprio pensiero; alla legge di Mosè e al Decalogo avevano sovrapposto e sostituito ciò che a loro sembrava bene, in spirito di pieno soggettivismo.

Era per loro diventato importante lavarsi bene le mani prima dei pasti, lavare bicchieri, stoviglie, oggetti di rame e letti, perché tutto fosse mondo e puro, ma… e la purezza interiore, quella del cuore, dal quale escono i propositi di male: le impurità, i furti, gli omicidi, gli adultèri, le calunnie, la superbia, la stoltezza? Erano perfino arrivati, i farisei e i dottori della legge, a dire che se una persona avesse dichiarato ‘korbàn’, cioè offerta sacra dedicata al tempio, una sua proprietà, ad esempio un campo, un podere, che tuttavia continuava a venir coltivato a proprio profitto, quella persona non sarebbe più stata tenuta a soccorrere, con i proventi di quel campo, i propri genitori anziani che fossero in povertà e nel bisogno. “Voi disse loro Gesù- ammantandovi di devozione e religiosità, trasgredite e venite meno a un comandamento preciso di Dio: ‘Onora il padre e la madre’ (cfr Mc 7,9-13). Trascurando il comandamento di Dio, voi osservate cose fissate dagli uomini”.

Il pericolo di costruirsi una fede e una morale da sé è sempre presente, e sempre presente è la tentazione di addomesticare la legge, adattandola a proprio talento, a proprio parere. In un’omelia, il 28 giugno 2009, papa Benedetto XVI ebbe a dire: “Negli ultimi decenni l’espressione ‘fede adulta’ è diventata uno slogan diffuso. Ma lo si intende spesso nell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuole credere e non credere, ciò che vuole fare e non fare: una fede e una morale ‘fai da te’, quindi”.

E’ pensiero della Chiesa che l’uomo deve seguire la propria coscienza; che la coscienza personale è la bussola e la guida che indica la strada, il criterio da seguire nel credere e nell’agire; ma la coscienza va formata. La coscienza potrebbe anche essere erronea, potrebbe anche sbagliarsi, ritenere bene ciò che bene non è, ritenere bene ciò che invece è male. E’ grave dovere dell’uomo formarsi una coscienza ‘retta’, per poter agire in modo corretto e giusto.

Romano Guardini, grande filosofo e teologo, morto cinquant’anni fa, nel 1968, in un suo scritto autobiografico nota: “Arrivai alla frase di Gesù che dice: ‘Chi vuole salvare la sua vita la perderà; chi invece la dona, la salverà” (Mt 16.25). E mi chiesi: dare la mia vita, ma a chi? Chi è in grado di chiedermela? Di chiedermela in modo, che tuttavia non sia ancora io che la prenda in mano? Non semplicemente Dio, perché quando l’uomo vuole avere a che fare solo con Dio, allora dice ‘Dio’ e intende ‘se stesso’. Deve perciò esserci una istanza, una realtà, oggettiva, che possa trar fuori la mia risposta da ogni nascondiglio dell’affermazione di sé. Tale istanza, realtà, è soltanto una: la Chiesa cattolica nella sua autorità e con la verità rivelata che possiede. La questione del conservare o dare la propria vita viene decisa in ultima analisi non dinanzi a Dio, ma dinanzi alla Chiesa”.

La retta coscienza si forma ascoltando la Chiesa, uniformando il proprio pensiero di fede e il proprio comportamento morale alle indicazioni e agli insegnamenti della Chiesa, che è “la colonna e il sostegno della verità”, come dice san Paolo (1Tm 3,15); Chiesa, che ha in sé la verità donatale da Cristo, il Figlio di Dio, che è la Verità in persona.

Ecco dunque; gli scribi, i farisei, i dottori della legge si erano fatti una fede e una morale per conto loro; noi vogliamo essere fedeli e obbedienti a quanto dice la Chiesa; ‘no’, dunque, a una fede ‘fai da te’, a una liturgia, a una morale ‘fai da te’.

don Giovanni Unterberger

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