Auctoritas

Considero una grazia l’aver sperimentato nella mia vita,
fin da piccolo, il senso dell’autorità. La mia famiglia,
numerosa, fatta di nove fratelli, ebbe due genitori
generosi e forti, attenti e autorevoli entrambi, ciascuno a suo
modo. La mamma, mite e presente, non mancava di correggerci
e di spronarci al bene; il papà, sempre vigile, esigeva e
pretendeva da noi comportamenti giusti e corretti. Quante volte
ci ha rimproverati, e anche castigati! Ci prendeva spesso in
braccio, ma poi, quando non facevamo bene, era sufficiente una
sua occhiata, e… ci rimettevamo subito in riga. All’epoca non
era invalsa la consuetudine che in famiglia si leggesse la Bibbia,
e quindi i miei genitori di certo non conoscevano quanto dice il
libro del Siracide: “Hai figli? èducali e fa loro piegare il collo
fin dalla giovinezza” (Sir 7,23), tuttavia questa indicazione i miei
genitori la misero egregiamente in pratica. C’erano poi delle
consuetudini, degli appuntamenti, tipo la Messa domenicale
e il Vespro nel pomeriggio, cui non era pensabile derogare: si
andava, come di regola, come cosa normale, loro e noi insieme.
Ebbi poi la grazia di entrare in Seminario e di trovarvi una
regola ferma e severa. Feci una gran fatica ad adeguarmi a essa,
ma per un’illuminazione dello Spirito Santo -la ritengo tale-capii
a un certo punto che la regola non era ‘contro di me’,
ma ‘per me’, e che essa, con la sua autorità, mi avrebbe fatto
crescere bene.
Anche da sacerdote sperimentai l’autorità: nei miei Vescovi,
che con la loro benevolenza, sapienza e dignità episcopale
furono per me punto importante di riferimento.
Infatti, di punti di riferimento abbiamo tutti bisogno.
L’uomo, ogni uomo, ha in sé un che di anarchico, un qualcosa
che ha bisogno di essere curato dall’autorità. Recentemente, in
una conferenza, sentii questa affermazione, che mi colpì: “In
una società liquida c’è bisogno di personalità solide”. E ho
pensato: che non sia oggi proprio la malattia della nostra società
quella di essere una società ‘liquida’, cioè una società senza
regole, o con troppo poche regole (quelle importanti, intendo),
per cui ciascuno sente di poter fare un po’ ciò che vuole, ciò che
gli è comodo, ciò che pare giusto a lui, e, assecondando l’istinto
di esercitare una propria libertà piena e assoluta, si mette spesso
fuori del giusto e del bene, causando confusione, malessere e
danni agli altri? C’è bisogno di presenza di autorità. Una società
destrutturata è una società che va rapidamente in decomposizione.
Sono necessarie personalità stabili, autorevoli, la cui autorità
-cosa importante!- venga riconosciuta, rispettata e obbedita. E
riuscirà a riconoscere, rispettare e obbedire all’autorità solo chi
è stato educato a tale riconoscimento, rispetto e obbedienza da
autentiche autorità, solo chi ha sperimentato su di sé l’autorità.
Dio stesso vuole che la convivenza umana sia segnata e
guidata da persone in autorità. In famiglia: “Onora il padre e la
madre”, recita il comandamento (Es 20,12), ove la parola ‘onora’
traduce il verbo ebraico ‘cabàd’ ( ), che alla lettera significa
‘dare peso, dare importanza’. Il Signore vuole che i figli ‘diano
importanza’ ai loro genitori, ne riconoscano ‘il peso’, cioè
l’autorità. Dio vuole che anche uno Stato, una nazione, sia
retta da delle autorità: “Ciascuno sia sottomesso alle autorità
costituite -dice san Paolo- poiché non c’è autorità se non da
Dio. Quindi chi si oppone all’autorità, si oppone all’ordine
stabilito da Dio” (Rm 13,1-2), Va notato che qui l’apostolo non si
ferma a considerare se l’autorità sia legittima o sia usurpatrice
del potere, se eserciti il suo compito bene o no; egli intende
parlare del principio di autorità in generale, in se stesso. Dio
vuole che anche il suo popolo, i credenti, siano retti e governati
da un’autorità. Nell’Antico Testamento è ricordato il terribile
castigo di Core, Datan e Abiron, che si ribellarono e contestarono
l’autorità di Mosè (cfr. Num 16); e nel Nuovo Testamento Gesù
diede all’apostolo Pietro il mandato di pascere il suo gregge, la
Chiesa (cfr. Gv 21,15-17).
Non va dimenticata, infine, la suprema autorità di Dio. Dio è
il sommo Sovrano, è il Dominatore e il Re di tutto; egli tutto ha
creato e tutto tiene in vita e in esistenza. Il primo comandamento
del decalogo recita: “Io sono il Signore tuo Dio (…), non avrai
altri dèi di fronte a me” (Es 20,2). La sottomissione a Lui è
dovuta, è assolutamente dovuta. Chi cercasse di sottrarvisi non
solo offenderebbe il diritto di Dio, ma farebbe male a se stesso,
perché unicamente nel riconoscimento e nell’accettazione su di
sé dell’autorità del Signore, l’uomo trova se stesso, il proprio
benessere e la propria salvezza. L’autorità di Dio è un’autorità
d’amore, un’autorità che indica la strada, un’autorità che
sostiene e regge, un’autorità che guida alla felicità.

Don Giovanni Unterberger

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