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(Am 8,4-7; 1Tim 2,1-8; Lc 16,1-13)
Sabato 17 settembre, risalente al 21settembre 2013
Un istinto profondo e forte che ci portiamo dentro è l’istinto di possedere. L’abbiamo fin da piccoli; quanto spesso e quanto volentieri il bambino usa il pronome possessivo di prima persona, e dice: “mio, mio! questo è mio!”; e tira a sé il giocattolo perché non vuole condividerlo col fratellino o col bambino che ha di fronte a sé.
Questo istinto perdura anche dopo, quando siamo cresciuti e diventati adulti; e ha bisogno di essere combattuto, vinto.
La prima lettura ci ha messo davanti un brano del libro del profeta Amos. Amos visse in Israele nell’ VIII sec. a.C., durante il regno di Geroboamo II, un regno di prosperità e di benessere economico, ma nel quale ad arricchire furono coloro che già erano benestanti, mentre i poveri diventarono ancora più poveri. Fu, quello, un periodo di grandi ingiustizie sociali e di profondi squilibri tra le classi del popolo. Nel brano che abbiamo ascoltato il profeta Amos stigmatizza e colpisce l’avidità di guadagno dei venditori, dei commercianti, di coloro che gestivano traffici ed affari, e li gestivano con imbrogli, con ingiustizie e frodi.
Il Vangelo ci riporta la parabola dell’amministratore infedele, che per arricchire approfittava dei beni del suo padrone. Gesù conclude il suo insegnamento sull’uso dei beni dicendo: “Non potete servire a Dio e a mammona”.
“Mammona” è una parola aramaica che significa “denaro, beni, ricchezza”; essa è della stessa radice della parola “amen”, che significa “essere stabile, essere sicuro, certo”. Per cui “mammona” indica il denaro, la ricchezza, i beni materiali intesi come qualcosa di stabile, come realtà che dà sicurezza, che dà certezza, su cui ci si può fondare. Ma sappiamo che non è così. Gesù dice: “Guardatevi e tenetevi lontani da ogni cupidigia, perché anche se uno è nell’abbondanza la sua vita non dipende dai suoi beni” (Lc 12,15).
L’istinto di possedere, di accumulare e di arricchire, se non combattuto e dominato, è causa di tanti mali. San Paolo dice: “L’attaccamento al denaro è la radice di tutti i mali. Quando abbiamo di che mangiare e di che coprirci, contentiamoci di questo” (1Tim 6,8-10). In realtà, quante liti, quante contese, quante guerre per il denaro, per possedere di più! I beni materiali, che potrebbero essere l’occasione per vivere la solidarietà e per creare fraternità, finiscono spesso per essere motivo di contesa, di lotta e di divisione.
Come curare allora questa radice cattiva che portiamo in noi? Ho letto tempo fa questo racconto: “Un uomo era giunto in prossimità di un villaggio e si stava sistemando sotto un albero per la notte quando un abitante del villaggio arrivò correndo da lui e disse: ‘La pietra! la pietra! dammi la pietra preziosa!’ – ‘Che pietra?’, chiese l’uomo. “La notte scorsa ho sognato -disse l’abitante del villaggio- che se fossi venuto alla periferia del villaggio al crepuscolo avrei trovato un pellegrino che mi avrebbe dato una pietra preziosa che mi avrebbe reso ricco per sempre’. L’uomo rovistò nel suo sacco e tirò fuori una pietra. ‘Probabilmente è questa’, disse porgendo la pietra; l’ho trovata su di un sentiero nella foresta qualche giorno fa. Puoi tenerla senz’altro’. L’uomo osservò meravigliato la pietra. Era un diamante. Probabilmente il diamante più grosso del mondo perché era grande quanto la testa di un uomo. Prese il diamante e se ne andò. Tutta la notte si rigirò nel letto, senza poter dormire. Il giorno dopo allo spuntare dell’alba svegliò il pellegrino e disse: ‘Dammi la ricchezza che ti permette di dare via così facilmente questo diamante!”-.
L’uomo del villaggio aveva intuito in quel pellegrino una ricchezza nascosta, che lo rendeva libero da ogni altra ricchezza; una ricchezza più grande, che gli riempiva il cuore e la vita più di qualsiasi diamante.
Qual è la ricchezza che deve riempire il nostro cuore e può affrancarci dalla cupidigia, dal desiderio smodato ed egoistico dei beni terreni?
È il sapere e il credere che abbiamo Dio come nostra ricchezza ed eredità; il sapere e il credere che Dio pensa a noi con la sua Provvidenza; che noi con i beni di quaggiù possiamo guadagnarci e metterci al sicuro beni straordinari ed eterni in cielo. Gesù ci sprona in questo senso, ci dice: “Non accumulatevi tesori sulla terra, accumulatevi tesori in cielo. Sia là, in quei tesori, il vostro cuore!” (Mt 6, 19-21).
Siamo ricchi, fratelli! Beni insospettati e straordinariamente grandi ci vengono riservati in cielo da Dio nostro padre. Dice san Paolo: “Quelle cose che occhio non vide, né orecchio udì, né entrarono mai in cuori di uomo, queste ha preparato Dio per coloro che lo amano” (1Cor 2,9).
Sia fisso in quei beni il nostro cuore, ed allora saremo capaci di usare bene i beni di quaggiù, sapendoli anche condividere, e facendoli strumento di solidarietà e di fraternità.
don Giovanni Unterberger