32° Domenica del Tempo ordinario (forma ordinaria)

(1Re 17,10-16;  Ebr 9,24-28;  Mc 12,38-44)

Duomo di Belluno, sabato 7 novembre 2015

Quale forte e stridente contrasto nel brano di Vangelo che abbiamo ora ascoltato! Da un lato gente superba, vanitosa, che ama passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti, e dall’altro lato un’umile e povera donna del popolo, che con semplice gesto, in modo furtivo, getta nel tesoro del tempio una piccola offerta, piccola in se stessa, ma grande per lei, che è povera.

Quale squallido esempio di auto-centratura da parte dei primi, e quale splendido esempio di etero-centratura da parte di quella donna povera! Il brano di Vangelo è uno spaccato della società di Palestina al tempo di Gesù, ma è la fotografia della società di tutti i tempi, anche della nostra società. Anche oggi: quanta gente superba, invaghita narcisisticamente dell’immagine di sé, che cerca per sé onori, riconoscimenti, lodi, pubblicità, carriera, posti in alto; e, a fronte di queste persone, persone umili, semplici, che vivono la propria vita e compiono il proprio dovere nel nascondimento e nella più comune quotidianità; persone a cui non daresti particolare importanza e valore, e invece sono persone che custodiscono in sé grandezza e doni preziosi di umanità.

Il passare dall’auto-centratura all’etero-centratura è il problema di ogni uomo. Siamo tutti, infatti, portati a essere ben piantati in noi stessi, protesi alla ricerca del proprio benessere e alla soddisfazione del proprio ‘io’; persone portate a leggere il mondo e a catalogare cose e persone a partire dal proprio punto di vista, dal proprio osservatorio soggettivo, che facilmente si trasforma in criterio di giudizio assoluto e in tribunale spietato.

Uscire dall’auto-centratura richiede umiltà, sforzo, impegno, generosità. Richiede cuore che sa commuoversi, occhi che sanno vedere le necessità dei fratelli, piedi e mani che sanno impegnarsi per il bene di chi ci sta accanto.

L’auto-centratura è la grande malattia della persona; non è la sua realizzazione, è invece la sua rovina, ciò che rende la persona chiusa in sé ed infelice; la rende invisa al prossimo e causa di malessere in società. L’etero-centratura invece è la via giusta e buona.  Chi è etero-centrato, cioè decentrato da sé, è capace di amore, di dono, di servizio, di apertura al fratello e alla sorella; è capace di dialogo e di accoglienza; sa costruire cose buone assieme agli altri. E’ brutto essere autocentrati: in famiglia, in parrocchia, in una squadra di lavoro, ma anche in una semplice squadra di pallavolo o di calcio; si rischia di rovinare tutto. L’auto-centratura fa saltare i rapporti, le relazioni; distrugge anche le cose più belle.

Gesù ha dato il suo giudizio netto circa gli scribi autocentrati in sé e circa la donna decentrata da sé. Ha detto: “Guardatevi dagli scribi che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze e avere i primi seggi nelle sinagoghe”. ‘Guardatevi’, cioè non fate come loro. E’ sbagliato il loro comportamento e il loro modo di essere e di agire. E ha lodato invece la donna povera, che nella sua povertà ha pensato ai più poveri di lei, e ha gettato nel tesoro del tempio, da cui si prelevavano le offerte per i poveri e i bisognosi, una somma che per lei era grande e importante. Gesù disse di quella donna e del suo gesto: “In verità vi dico: questa vedova così povera ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere”. Davvero decentrata da sé, fu quella donna!

Ci conceda il Signore, sull’esempio della donna del Vangelo, e più ancora sull’esempio suo, di lui che fu decentrato da sé fino al punto da lasciare il cielo e venire a salvarci morendo in croce, di essere anche noi aperti ai fratelli, liberi e non schiavi del nostro ‘io’, capaci di vero decentramento da noi stessi, capaci di vero amore e di generoso servizio.

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