Chiamato ad appartenere a Dio

Non ricordo un’età in cui io non volessi già diventare sacerdote. Anzi, da piccolo, a quattro-cinque anni, volevo diventare vescovo. Nel periodo della Scuola materna, venne a salutarci il Vescovo diocesano, Mons. Girolamo Bortignon, in visita pastorale. Il mio parroco, che lo accompagnava, mi trasse a sé, tra tutti i bambini, e presentandomi al Vescovo, gli disse: “Questo, Eccellenza, vuole farLe la concorrenza!”, e il Vescovo si tolse lo zucchetto e me lo mise in testa, si sfilò l’anello e me lo mise al dito. Corsi per tutto l’asilo a farmi vedere così…!

Entrai in Seminario a undici anni non ancora compiuti, e mi trovai a fare i conti con una disciplina rigidissima. Incontrai forti difficoltà a sottomettervimi; e penso proprio che prima o poi sarei stato dimesso dal Seminario, se il Signore non mi avesse soccorso con una grazia grandissima, facendomi improvvisamente capire, un giorno, con una illuminazione, che io considero una celeste ispirazione, che la disciplina non era “contro” di me, ma era “a mio favore”, e che essa mi avrebbe fatto crescere bene. Così, riconciliato con essa, mi misi a osservarla alla perfezione.

Mi attiravano le cose di chiesa, il servizio all’altare; sentivo importante il compito del mio parroco; mi piaceva sentir parlare di Gesù. Crescendo, la persona di Gesù mi s’imponeva sempre di più; sentivo che mi piaceva imitarlo, assomigliargli; mi sentivo voluto bene da lui.

Crescendo ancora, avvertii forte il desiderio di una persona accanto a me nella vita, di una sposa, di una famiglia. Ricordo la simpatia per una ragazza nel mio terzo anno delle superiori. Fu quello il momento in cui mi posi la domanda: sacerdote o padre di famiglia? Ascoltai in profondità il mio cuore, in un clima di silenzio e di preghiera. La prospettiva del matrimonio mi appariva bella, ricca e segnata da affetto, mi attraeva; e tuttavia sentivo che essa lasciava qualcosa d’inappagato dentro di me, come un qualcosa senza risposta. Sentivo che sarei rimasto “incompiuto”, se avessi amato solo una famiglia, e non tutta l’umanità. Ne parlai al mio Padre spirituale, ed egli mi disse che quello era il segno della chiamata a una consacrazione totale a Dio. Desideravo occuparmi di tutte le persone, e di portare a tutti i doni di Dio, la sua Parola, il suo Pane, il suo perdono.

L’ultima difficoltà che incontrai nel mio cammino di preparazione e di discernimento al Sacerdozio fu quella di sentirmi profondamente inadeguato al Sacerdozio stesso. Negli ultimi anni di Seminario più si avvicinava la meta, più avvertivo lo scarto tra quello che ero e quello che sarei dovuto essere per essere un buon prete. Anche su questo punto mi aiutò il mio Padre spirituale, il quale m’invitò a confidare in Dio e ad avere fede in lui. “Dio si serve di strumenti imperfetti -mi disse- importante è che tu ti voglia impegnare a stare, nella vita, unito a lui”.

A tutt’oggi, a distanza di quasi cinquant’anni dall’Ordinazione sacerdotale, ringrazio il Signore d’avermi chiamato e voluto per sé per un ministero grandissimo e bellissimo; e mi dà ancora le vertigini il pensare che consacro il pane e il vino nel suo Corpo e nel suo Sangue; che rimetto, nel suo nome, i peccati infondendo pace nel cuore dei fratelli; che annuncio la sua Parola che salva.

 

E ringrazio il mio Padre spirituale e tante altre persone che mi hanno aiutato nel discernimento della mia vocazione e nel dare risposta a essa.

                                             

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