2a domenica di Avvento (forma ordinaria)

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(Bar 5,1-9;   Fil 1,4-6. 8-11;   Lc 3,1-6)

Duomo di Belluno, 9 dicembre 2018

Giovanni Battista impressionò tutta la Palestina. Dalla Giudea, regione in cui iniziò a battezzare, si formò una processione incessante di gente che accorreva a lui: tutti volevano ascoltarlo, tutti volevano sentire ciò che diceva; e si facevano battezzare. E non solo dalla vicina Giudea, ma anche dalla più lontana Galilea la gente accorreva; tra quella folla, venuta dalla Galilea, si accostarono a lui anche i futuri apostoli Andrea e Giovanni, e lo stesso Gesù.

Giovanni era qualcosa di inedito, una vera novità in mezzo alle varie correnti religiose del momento, che non riuscivano ad appagare il bisogno di spiritualità del popolo di Israele. I farisei erano attaccati in modo esagerato e quasi ossessivi alle norme esteriori: professavano una religiosità formale, formalista; i sadducei riducevano la religione al culto al tempio, ai riti e alle cerimonie: la loro era una religiosità sez’anima; gli zeloti facevano consistere la volontà di Dio e la realizzazione del suo regno nella lotta ai Romani e nella loro cacciata dalla Palestina. Giovanni Battista portava una ventata di spiritualità autentica e nuova, preludio della spiritualità e del messaggio che, a breve, avrebbe portato il Messia, Gesù.

Da dove -ci domandiamo- proveniva la novità del Battista? Luca ci ha detto: “Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, al tempo di Erode Antipa, di Filippo, di Lisania, di Ponzio Pilato, di Anna e Caifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccaria, nel deserto”. Ecco l’origine e la sorgente della novità del Battista, della sua nuova dottrina e spiritualità: la parola di Dio, la parola di Dio scesa su di lui. Giovanni Battista si era ritirato nel deserto, aveva assecondato un’ispirazione interiore che lo chiamava ad appartarsi dai rumori e dalla vita agitata della gente per stare nel silenzio, nella meditazione, per stare con Dio. E in quella sua condizione la parola di Dio scese su di lui, lo raggiunse, lo avvolse, lo trasformò e lo fece ‘voce’ nuova’ in Israele.

Si parla, oggi, nella Chiesa, di ‘nuova evangelizzazione’, di ‘seconda evangelizzazione’, cioè di evangelizzazione e annuncio cristiano a coloro che già hanno sentito parlare di Cristo ma non hanno accolto l’annuncio, o persone che, accolto l’annuncio, l’hanno poi lasciato cadere. Si organizzano convegni, si tengono conferenze, si fanno analisi di tipo psicologico, sociologico, al fine di individuare e trovare nuove vie e nuove strategie per evangelizzare e annunciare Cristo: sono cose  buone, utili, e in qualche modo anche necessarie; ma non si può dimenticare che a cambiare le persone è Dio, è la Parola di Dio. La Chiesa non può demordere dall’insistere con i suoi fedeli, chiamati ad evangelizzare il mondo, a curare e ad approfondire il proprio rapporto con il Signore.

Soltanto veri cristiani annunceranno efficacemente Cristo; e lo annunceranno perché, e se, Cristo è presente in loro; lo annunceranno nella misura in cui Cristo è presente in loro. Siamo chiamati ad essere tutti dei ‘cristofori’, cioè dei ‘portatori di Cristo’, che hanno Cristo vivo in sé: “Non sono più io che vivo, ma Cristo vive in me”, diceva san Paolo, il grande evangelizzatore (Gal 2,20).

San Giovanni Battista ci indica il modo, la strada, che non è opzionale, ma è necessaria e decisiva: un po’ più di deserto, un po’ più di silenzio, un po’ più di tempo per Dio e con Dio. Lo scorso anno è uscito nelle librerie un libro meraviglioso, di alta spiritualità, utilissimo per nutrire la vita cristiana, e che v’invito ad acquistare e a leggere in questo Avvento; ne trarrete grande beneficio. S’intitola ‘La forza del silenzio’; è scritto dal cardinal Saràh. L’Avvento  è tempo di attesa della Parola di Dio incarnata, Gesù; tempo quindi di silenzio e di ascolto.

La Parola di Dio scenda anche su di noi, come scese sul Battista, così che diventiamo ‘voce nuova’, voce ‘cristiana’ nel mondo d’oggi confuso e sviato da tante altre voci.

 don Giovanni Unterberger

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