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(Sir 35, 12-14.16-18; 2 Tim 4,6-8. 16-18; Lc 18,9-14)
Duomo di Belluno, 27 ottobre 2019
“Imparate da me che sono mite e umile di cuore”, disse Gesù (Mt 11,29). Grande fu l’umiltà del Signore! Se c’era uno che poteva far valere chi fosse, era lui: l’uomo-Dio. E invece mai di nulla si vantò. Ben più virtuoso del fariseo, che diceva di sé: ‘non sono ladro, ingiusto, adultero’, e che pur tuttavia non era senza peccati, perché nessuno è senza peccato, Gesù mai si gloriò della propria innocenza e santità. Anzi, fu misericordioso e comprensivo con i peccatori all’inverosimile, mai disprezzandoli, come invece il fariseo nei confronti del pubblicano; al contrario, Gesù accoglieva, perdonava i peccatori, li associava alla sua comunità.
Fece il falegname per quasi tutta la vita, lui, il creatore del mondo; attese di compiere i trent’anni d’età, soglia richiesta allora in Israele per poter prendere la parola con autorevolezza in società, lui, il Verbo del Padre e sapienza infinita; sopportò accuse e la calunnia di farsi aiutare dal diavolo nelle opere che compiva, lui, santità assoluta. Fu umile, Gesù; accettò di lasciarsi giudicare e condannare con falsità e menzogne, eppure era la Verità. Si lasciò insultare, schiaffeggiare, deridere, incoronare re da burla da semplici uomini senza reagire, eppure era il Dio creatore di quegli uomini stessi. Sotto la croce gli anziani del popolo e i sommi sacerdoti gli gridavano con aria di sfida: “Scendi dalla croce e ti crederemo” (Mt 27,42), ed egli umilmente sopportò quell’oltraggio, pur avendo potuto, scendendo dalla croce, inchiodare quegli insolenti alle loro stesse parole. L’apostolo Paolo, nella lettera ai Filippesi, canta l’umiltà di Gesù nel celebre inno che offre all’imitazione dei cristiani: “Egli, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò se stesso assumendo la condizione di servo” (Fil 2,6-7). Svuotò se stesso…
Di quanto aveva bisogno di svuotarsi il fariseo! E di quanto, forse, abbiamo bisogno di svuotarci anche noi! Un ‘io’ ingombrante ci occupa; un ‘io’ che preclude l’ascolto dell’altro, perché tende ad ascoltare solo se stesso; un ‘io’ che rende difficile la comunione con i fratelli, perché sempre in primo piano davanti a tutti. “Io non sono ladro, io non sono adultero, io non sono ingiusto, io non sono come gli altri uomini”, diceva il fariseo, campione dell’’io’! Io, io, io….
Totalmente diverso l’atteggiamento del pubblicano: non concentrato sull’’io’, ma aperto ad un ‘tu’: “O Dio, abbi pietà di me peccatore”. Aperto al ‘tu’ di Dio, quell’uomo; al ‘tu’ da cui sentiva di dipendere, e che sapeva d’aver offeso. Un cuore, quello del pubblicano, che usciva da se stesso. Così è l’umile: persona aperta, che sa accogliere, riconoscere, ospitare, lasciarsi correggere, critica su se stessa, incapace di giudicare e condannare severamente il fratello. I rapporti e le relazioni hanno estremo bisogno di umiltà; la superbia li blocca e li rovina all’istante.
Gesù, Figlio di Dio, ci si offre come modello ed esempio di umiltà. “Imparate da me che sono mite e umile di cuore -egli ci dice- e troverete ristoro alle vostre anime” (Mt 11,29). L’umile nell’umiltà trova quiete e riposo; il superbo, nello sforzo continuo di affermare se stesso su tutti e contro tutti, è in perpetua agitazione, in continua fatica e davanti a continui ostacoli, avversari e rivali da abbattere.
La giaculatoria che possiamo lasciarci suggerire dalla liturgia di questa domenica, e che possiamo recitare e ripetere lungo la settimana, e anche oltre la settimana, potrebbe essere: “Gesù, mite e umile di cuore, rendi il mio cuore simile al tuo”.
don Giovanni Unterberger