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( Rm 12,16-21; Mt 8,1-13)
Belluno, chiesa di S. Pietro, 26 gennaio 2020
San Paolo le mezze misure proprio non le conosceva; aveva, nel suo temperamento, un che di estremo: da feroce avversario di Cristo e del suo Vangelo, si fece ardentissimo difensore di Cristo e indefesso propagatore del Vangelo (cfr At 9,1-22); abbandonato nel suo primo viaggio missionario da Marco, non lo volle più compagno di missione nel secondo viaggio (cfr At 15,36-40); all’apostolo Pietro che nella comunità di Antiochia cercava di mediare tra anime diverse, disse a viso aperto: ‘Qui non c’è nulla da mediare!’ (cfr Gal 2,11-14).
Anche dalle lettere che scrisse appare il suo temperamento tendente al ‘tutto’ e a posizioni di assoluto, come nel brano dell’epistola che abbiamo ora ascoltato, in cui ci ha detto: “Non restituite a nessuno male per male. Al contrario, se il tuo nemico ha fame, dagli da mangiare; se ha sete, dagli da bere. Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene”. Non solo, quindi, nessuna vendetta, ma addirittura opere buone a chi ti ha fatto un torto. Del resto, prima di lui, tale radicalità l’aveva proposta lo stesso Gesù, quando disse: “Se uno ti percuote la guancia destra, tu porgigli anche l’altra; e a chi ti vuole chiamare in giudizio per toglierti la tunica, tu lascia anche il mantello” (Mt 5,39-40).
Vette altissime, livelli di carità rarefatta, forme di amore al di là e al di sopra delle nostre capacità; e pur tuttavia necessarie perché la convivenza umana non si trasformi in violenza continua e sempre più montante, ma possa conservarsi convivenza di vita e non di morte. Ma un amore così, l’uomo, dove lo trova?
Il Vangelo ci ha presentato un lebbroso e un centurione, due persone bisognose. Il lebbroso si prostrò davanti a Gesù (bello il gesto della prostrazione, segno di preghiera intensa!), e gli disse: “Signore, se vuoi, tu puoi guarirmi”; e il centurione ‘scongiurava’ Gesù dicendo: “Guarisci il mio servo; sta molto male, ma se tu dirai anche una sola parola, egli guarirà”. Lo scongiurava..; gli si prostrò innanzi: desideri forti di guarigione e di salvezza. In un altro episodio si racconta di Gesù che al malato della piscina di Betesda chiese: “Vuoi guarire?” (Gv 5,6).
E’ la domanda che possiamo porci: ‘noi vogliamo guarire dai nostri difetti, dalle abitudini cattive, dai peccati? Lo vogliamo davvero con la forza del lebbroso e del centurione?’. Forse lo vogliamo, sì, ma non con la determinazione di quei due personaggi; forse debolmente. Eppure la cosa più importante da fare, l’impresa più grande e necessaria cui attendere, è costruire se stessi, migliorare il proprio cuore, la propria vita. Quante persone lavorano e costruiscono fuori di sé, realizzando opere grandiose e meravigliose, ma non lavorano su di sé, non si preoccupano di crescere, loro, in umanità e in santità! Il primo bene affidato all’uomo da custodire e da costruire è l’uomo stesso; Dio desidera e chiede che l’uomo diventi ‘uomo’; si modelli e si costruisca sull’uomo perfetto, che è Cristo. Un’umanità santa, guarita, è condizione necessaria perché nel mondo, nella società, nella Chiesa, in ogni ambiente di vita, regni la pace, l’intesa, la solidarietà, l’amicizia, il benessere. Senza uomini buoni non ci sarà bontà nel mondo. Papa san Leone Magno esortava: “Procuriamo che le attività della vita presente non creino in noi troppa ansietà o troppa presunzione, sino al punto da annullare l’impegno di conformarci al nostro Redentore”.
Il Vangelo ci ha indicato la strada: ricorrere a Gesù, prostrarci davanti a lui, scongiurarlo con forza e con fede. La preghiera fiduciosa e perseverante ottiene, guarisce, sana, cambia, trasforma, rende buoni, rende ‘cristiani’, immagini di Cristo. Il mondo cambierà e starà bene, solo se imboccherà la via della preghiera.
don Giovanni Unterberger
