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( Is 63, 16-17.19; 64,1-17; 1 Cor 1,3-9; Mc 13, 33-37)
Duomo di Belluno, 29 novembre 2020
“Se tu squarciassi i cieli e scendessi!” è il grido del profeta Isaia che abbiamo sentito risuonare nella prima lettura. Egli lo emise intorno al 550 a.C., quando il popolo di Israele stava vivendo uno dei momenti più tragici e dolorosi della sua storia: si trovava in esilio a Babilonia, schiavo di un popolo pagano che lo aveva strappato dalla sua terra, gli aveva raso al suolo la capitale, Gerusalemme, e distrutto il tempio. Isaia descrive la desolata situazione con grande dolore: “Perché gli empi hanno calpestato il tuo santuario, i nostri avversari hanno profanato il tuo luogo santo? Siamo diventati da tempo gente su cui tu, Signore, non comandi più, su cui il tuo nome non è stato mai invocato”. Il profeta sa bene che alla radice di quella situazione stava l’abbandono di Dio da parte del popolo, il suo essere venuto meno all’alleanza con il Signore, e confessa:”Abbiamo peccato contro di te da lungo tempo, e siamo stati ribelli. Siamo diventati tutti come una cosa impura, e come panno immondo sono tutti i nostri atti di giustizia; tutti siamo avvizziti come foglie, le nostre iniquità ci hanno portato via come il vento”. Per cui grida e invoca: “Se tu squarciassi i cieli e scendessi!”,scendessia portarci salvezza, liberazione e vita!
Questa pagina biblica raffigura la nostra realtà, la realtà dell’umanità: peccatrice, sofferente, deviata, bisognosa che qualcuno venga a soccorrerla e ad aiutarla.
Il Vangelo ci ha annunciato una venuta. Letteralmente esso parla della venuta di Cristo alla fine dei tempi, ma la Chiesa utilizza questo testo riferendolo alla venuta che precede quella finale, la venuta di Gesù nella nascita a Betlemme: noi attendiamo il Natale. Oggi inizia l’Avvento, tempo d’attesa, attesa del Signore che viene.
Siamo invitati a vigilare: “Fate attenzione -ci dice Gesù- vigilate, perché non sapete quando è il momento”; quel momento potrebbe coglierci impreparati, non pronti, assonnati, e noi potremmo perdere l’occasione favorevole. Perché di ‘occasione favorevole’ parla il Vangelo. Là dove il Vangelo dice: “non sapete quando è il momento”, la parola ‘momento’ traduce la parola greca ‘kairòs’ (καιρός), e ‘kairòs’ significa proprio ‘momento favorevole’, ‘opportuno’, ‘buona occasione’. Il ‘kairòs’ in origine era un dio greco, che era caratterizzato dal fatto che era calvo, aveva soltanto un ciuffo di capelli sulla fronte. Era il dio che doveva essere acciuffato, e indicava l’occasione da non lasciarsi sfuggire. All’ingresso dello stadio di Olimpia, in Grecia, si trovava un altare al dio ‘kairòs’, e prima della gara gli atleti andavano ad offrirgli un sacrificio, chiedendo di poter cogliere l’occasione della loro vita; una vittoria ad Olimpia avrebbe significato per loro gloria perenne. Il Natale è il vero ‘kairòs’, il ‘momento favorevole’, ‘l’occasione buona’ in cui ci arriva la salvezza; anzi, lo stesso Salvatore!
Il portinaio di cui parla Gesù nella parabola sta a significare ciò che sta sulla soglia della nostra persona. Sulla soglia della nostra persona sta un qualcosa che può fare entrare o non fare entrare, fare uscire o non fare uscire; proprio ciò che fa un portinaio. Questo nostro ‘portinaio’ deve vigilare ed essere desto, perché se si addormenta e si assopisce, potrebbe lasciare la porta aperta a cattivi inquilini, a cose cattive che entrerebbero in noi e ci rovinerebbero il cuore; e potrebbe, al contrario, non aprire la porta al Signore che viene, perdendo così il momento favorevole, l’occasione buona.
Conosciamo quale sia il modo per vigilare: la preghiera, momenti di silenzio e di meditazione, desiderio del Signore. Il portinaio è tanto più desto quanto più desidera colui che deve venire. Nella nostra vita abbiamo vissuto molti Avventi; forse non tutti benissimo e con piena generosità. Questo che ci sta davanti potrà essere il migliore. Desideriamo il Signore!
don Giovanni Unterberger