(Gal 4,1-7; Lc 2,33-40)
Belluno, chiesa di S. Stefano, 28 dicembre 2014
Tutto ciò che circonda il Natale è gioia, luce, festa; è volteggiare di angeli in cielo, movimento di pastori, arrivo di magi ad adorare il nato bambino, il Re dei re. La Liturgia canta: “Jesu, redemptor omnium…”; “Adeste, fideles…”; “Tu scendi dalle stelle…”; “Astro del Ciel…”: è un tripudio di gioia e di festa, e non potrebbe essere diversamente da così, perché è nato al mondo il Salvatore, colui che fa rifiorire la fiducia e la speranza, colui che apre i cuori a Dio.
Ma la Liturgia subito mitiga questa gioia; a pochi giorni dal Natale, in questa domenica, essa ci mette davanti un Vangelo in cui ci viene detto: quel bambino sarà “segno di contraddizione”; e a Maria viene detto: “una spada ti trafiggerà l’anima”. La Liturgia fa questo non perché non vuole che gioiamo, ma perché vuole che stiamo nella gioia vera del Natale; vuole che la nostra gioia sia quella di Cristo, quella di Maria, e non quella del mondo, che aborre la croce.
La gioia del Natale potrebbe essere erroneamente intesa come una gioia superficiale, di sentimento, di poesia, lontana dalla realtà “vera” delle cose. Bene hanno inteso questa realtà i nostri fratelli cristiani di Oriente, i quali, nelle loro icone rappresentanti la Natività, hanno dipinto la mangiatoia a forma di tomba. Quel bambino nato a Betlemme avrebbe sofferto, sarebbe morto, sarebbe stato deposto in una tomba.
Il vecchio Simeone, quando ebbe tra le braccia il bambino Gesù, disse: “Questo bambino sarà segno di contraddizione”. Il testo greco dell’evangelista Luca dice propriamente: “Questo bambino sarà ‘contraddetto’, sarà ‘avversato’, sarà perseguitato’ ”. E infatti tale fu il destino di Gesù: profeta rifiutato, maestro disatteso, Messia messo in croce.
E a Maria il vecchio Simeone disse: “A te una spada trafiggerà l’anima”. Noi siamo qui davanti all’altare della Madonna Addolorata. Non una, ma sette spade le trapassarono il cuore: oltre alla profezia di Simeone, la spada della fuga in Egitto, della perdita di Gesù al tempio, dell’incontro con lui sulla via del Calvario, della crocifissione, della morte, della sepoltura. Maria sofferse; Gesù sofferse.
La gioia del Natale è una gioia che ha davanti a sé, comprende e ingloba, ha all’orizzonte il dolore, la sofferenza. La gioia del Natale non è come la gioia del mondo, che resiste solo finché non c’è da soffrire, finché il dolore, la prova, la fatica non bussano alla porta. La gioia del Natale, la gioia di Gesù, di Maria, e del cristiano, è una gioia forte, robusta, che non si muta in avvilimento, in disperazione a causa del dolore. E’ una gioia che sente la sofferenza -la sofferenza non le viene risparmiata, e la mette alla prova- e tuttavia non la piega e non la sopraffà.
E’ una gioia, quella del cristiano, non sensibile e non di sentimento, ma forte nella speranza, fondata su forti promesse, fondata sulla fede nelle promesse e nell’opera di Cristo. Cristo è il vincitore di ogni dolore. Quel bambino nato a Betlemme sarebbe morto, ma sarebbe risorto. La sua culla nelle icone orientali ha la forma di una tomba, ma da quella tomba Cristo sarebbe uscito, e sarebbe risorto glorioso. Così è anche il nostro patire; sarà vinto e riscattato dal Signore; sarà redento e trasformato in salvezza per noi e per molti; non sarà capace di toglierci del tutto la gioia.
don Giovanni Unterberger