28° Domenica del Tempo ordinario 2017 (forma ordinaria)

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Is 25,6-10a;   Fil 4,12-14. 19-20;   Mt 22,1-14

Duomo di Belluno, sabato 14 ottobre 2017

 

Non dovettero, di certo, essere rimasti contenti gli scribi, i farisei e le guide religiose di Israele, nel sentire la parabola di Gesù che noi abbiamo ora ascoltato. Quel rabbì di Nazareth, che era sorto dal nulla, che non aveva alcun titolo per parlare al popolo, non avendo egli frequentato alcuna scuola ufficiale, andava criticando la storia di Israele.

Nei primi invitati al banchetto di nozze del figlio del re della parabola, egli alludeva chiaramente al popolo di Israele, e presentava il popolo di Israele come un popolo sordo alla voce di Dio, sordo ai tanti richiami e inviti rivoltigli dal Signore: “Torna, Israele, al Signore tuo Dio” (Os 14,1); “Ritornate, figli traviati” (Gr 3,22); “Oh, se il mio popolo mi ascoltasse, se Israele camminasse per le mie vie!” (Sal 81,14). I primi invitati della parabola non avevano accolto l’invito del re.

E non solo quel rabbì di Nazareth definiva il popolo di Israele un popolo ‘sordo’, ma addirittura un popolo ‘omicida’! I servi della parabola, inviati dal re e uccisi dagli invitati, alludevano ai profeti. Gli israeliti erano arrivati fino ad uccidere i profeti inviati loro dal Signore. Intorno all’anno 800 a.C. era stato ucciso, lapidato nel cortile del tempio, il profeta Zccaria (cfr 2Cr 24,20-21). Scribi e farisei non potevano sopportare un rabbì che dicesse quelle cose, e in tal modo si chiudevano a loro volta, come i loro padri, alla voce di Dio che in Gesù li chiamava ‘alle nozze’, cioè a conversione e ad entrare nella novità portata da Cristo.

Ecco per noi l’ammonimento: non lasciamo cadere la voce di Dio; egli ci chiama e ci invita alle nozze. Le ‘nozze’ sono la comunione con lui.

Ma se scribi, farisei e guide religiose di Israele non furono contenti di quella parabola, altri ne furono contenti; e furono i pubblicani, i peccatori, le prostitute, coloro che si sentivano moralmente fuori strada. Perché in quei ‘secondi invitati. “buoni e cattivi” che il re invitava al banchetto di nozze (l’evangelista Luca nel passo parallelo dice: “poveri, storpi, ciechi e zoppi”: Lc 14,23), essi ravvisavano se stessi; riconoscevano e capivano che Gesù di Nazareth chiamava anche loro; che anche per loro c’era speranza e posto al banchetto di nozze. Chissà che esultanza nel loro cuore! chissà che sobbalzo nel loro animo e perfino nelle loro viscere, all’udire quella parabola! ‘Siamo peccatori, sì; siamo malmessi, abbiamo sbagliato e ne abbiamo combinate tante nella vita, ma non siamo esclusi, rifiutati, scartati’! E’ la gioia e il respiro del cuore di ogni peccatore che sente davanti a sé e sopra di sé la misericordia accogliente di Dio; Dio che gli dice: ‘Vieni, vieni al mio banchetto; non m’importa se non sei degno; sei invitato’!

E’ un incoraggiamento per noi, per tutti noi, perché tutti abbiamo bisogno di sentire una parola così.

E -ultimo tratto della parabola- l’invito, totalmente gratuito e immeritato, impegna, chiede risposta. Tutti gli invitai, entrando nella sala del banchetto, si rivestirono di una veste particolare, la veste adatta e richiesta per quel momento di festa. Uno in vece no, non se ne rivestì. E il re, vistolo, lo rimproverò, e addirittura lo fece legare mani e piedi e lo fece gettare fuori della sala del banchetto.

E’ il terzo messaggio della parabola: l’amore di Dio, il suo perdono, la misericordia e la bontà che egli ci usa non possono essere disattese, non possono essere considerate ‘niente’; chiedono risposta. Amore chiede amore; generosità chiede generosità; dono chiede dono. Il re ci invita. Indossiamo la veste di nozze, cioè il desiderio di volergli bene, e andiamo a lui.

don Giovanni Unterberger

 

 

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