31° Domenica del Tempo ordinario 2017 (forma ordinaria)

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(Mal 1,14b-2,2b. 8-10;   1Ts 2,7b-9. 13;   Mt 23,1-12)

Duomo di Belluno, sabato 4 novembre 2017

 

Al tempo del profeta Malachia, intorno al 450 a.C., la vita spirituale del popolo di Israele era molto scaduta. Ci si sposava con donne pagane; si cedeva facilmente all’adulterio e al ripudio della propria sposa; non si pagavano regolarmente le decime al tempio; ci si faceva guerra gli uni con gli altri; si diceva: “A che giova servire il Signore e osservare i suoi comandamenti? Non ce ne viene alcun vantaggio…”.

Ma se il popolo non camminava secondo Dio, non migliore era la condotta dei sacerdoti. Essi offrivano nei sacrifici al tempio animali difettosi, ciechi, zoppi, malati; non osservavano l’alleanza col Signore, che li aveva chiamati ad un’amicizia particolare con lui; insegnavano cose errate al popolo, facendolo deviare dalla retta dottrina e dalla giusta via. Dio si mostrò severo con i sacerdoti; essi che avrebbero dovuto essere guide sicure e autentiche verso il bene, con i loro comportamenti si erano trasformati in pietra d’inciampo che induceva al peccato e al male. Il Signore li apostrofò così: “Vi ho resi spregevoli e abbietti davanti a tutto il popolo”.

Anche al tempo di Gesù le guide religiose lasciavano molto a desiderare. Scribi e farisei, dottori della legge, si impalcavano a maestri di vita spirituale, a paladini e difensori della Legge di Mosè; ne pretendevano con rigore l’osservanza dal popolo, ma essi stessi non la osservavano. Gesù mise in luce con forza la loro incoerenza: “Dicono e non fanno”, predicano, ma non vivono ciò che predicano. E tuttavia essi esigevano dal popolo onore, rispetto, trattamenti di privilegio r di favore: i posti d’onore nei banchetti, i primi seggi nelle sinagoghe, essere salutati e riveriti da tutti nelle pubbliche piazze e per via. Gesù disse: “Chi è più grande si faccia servo”.

La Parola di Dio oggi è particolarmente per noi sacerdoti. Essa è sempre anche per noi sacerdoti, e non mai solo per voi fedeli, ma oggi essa interpella particolarmente noi. Siamo noi in prima linea chiamati in causa, e richiesti dal Signore di un esame di coscienza.

Quando ci sentimmo chiamati da Dio ad essere sacerdoti, vi aderimmo con slancio; con generosità gli dicemmo di ‘sì’, e gli consacrammo la vita.  Forse non conoscevamo ancora del tutto la nostra debolezza. Siamo in mezzo al popolo, resi tali dal Sacramento dell’Ordine sacro, presenza di Cristo, segno speciale di lui. Nostra missione è additare il Signore come ‘via, verità e vita’ dell’uomo (Gv 14,6). A voi fedeli è richiesto uno sguardo di fede su noi sacerdoti, uno sguardo che sa vedere ciò che Dio in noi ha compiuto col Sacramento: Dio ci ha resi cosa particolarmente sacra. Il rispetto che voi ci dovete non è dovuto a noi in quanto persone, ma a noi in quanto ministri del Signore.

E a noi, ministri del Signore, chiamati ad essere sua presenza, è richiesta la santità. Le parole di Gesù: “Voi siete la luce del mondo, il sale della terra” (Mt 513-14), che valgono per tutti i cristiani, valgono e sono richiesta particolare per noi sacerdoti. Sempre, e di continuo, noi dobbiamo tenere presente e cercare di praticare l’esortazione dell’apostolo Pietro: “Pascete il gregge di Dio che vi è affidato, sorvegliandolo non per forza ma volentieri secondo Dio; non per vile interesse, ma di buon animo, non spadroneggiando sulle persone a voi affidate, ma facendovi modelli del gregge” (1 Pt 5,2-3).

Ci è chiesto di essere modelli del gregge: modelli di ricerca di Dio; modelli di preghiera, di fede, di umiltà, di carità. E’ l’impresa a cui noi sacerdoti dobbiamo essere continuamente protesi. In questa impresa voi ci aiuterete con la vostra preghiera e col vostro affetto, compatendo anche qualche nostra incapacità e difetto.

don Giovanni Unterberger

 

 

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