clicca QUI per scaricare l’omelia
(Mi 5, 1-4a; Ebr 10,5-10; Lc 1,39-45)
Duomo di Belluno, sabato 22 dicembre 2018
Avevamo bisogno, in questa quarta domenica d’Avvento, e ormai in prossimità del Natale, di fermarci a fissare lo sguardo e il pensiero su Maria, la ‘madre’ del Natale, per meglio prepararci ad esso. La Liturgia oggi ci mette davanti, di lei, un momento particolare: la visita che ella fece alla parente Elisabetta. Si trattò di un viaggio non di poco conto: Nazareth distava da Ain Karem circa 150 chilometri, che Maria percorse, possiamo pensare, in carovana con altre persone dirette a Gerusalemme.
Maria era appena stata visitata dall’angelo, e aveva appena concepito. Un piccolo embrione stava crescendo e maturando in lei; era nientemeno che l’embrione di quella natura umana che il Verbo di Dio aveva assunto, rendendosi presente nel suo grembo. Quanto Maria sarà stata attratta, nel suo pensiero e nel suo cuore, da ciò che aveva iniziato a vivere nella sua persona! Secondo le normali leggi della natura, quell’embrione non si sarà fatto, all’inizio, sentire, ma poi Maria ne avrà avvertito, anche fisicamente, la presenza, i movimenti, e tutto quanto ciò comporta.
Durante il viaggio, pur in mezzo alle persone con cui camminava, in mezzo ai loro discorsi, i più vari, e in mezzo alle fatiche del percorso, Maria sarà stata come avvinta e tutta presa dalla vita sbocciata nella sua vita, come accade ad ogni donna nei mesi della gestazione, quando, sentendosi ormai mamma, vive in simbiosi con il proprio bambino. Ed anche nei tre mesi che Maria trascorse presso Elisabetta, al suo servizio, si sarà sentita riempita e colmata da quella presenza.
E’ la grazia che chiediamo per noi. Anche noi abbiamo il Signore presente in noi: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola -ha detto Gesù- e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). Siamo abitati dal Signore, siamo sua dimora, sua casa. Egli è l’Ospite del nostro cuore. La nostra vita, i nostri pensieri, i nostri affetti dovrebbero essere catturati da quella presenza; dovremmo diventare capaci di vivere un po’ meno ‘fuori’ di noi, e un po’ più ‘dentro’ di noi, in compagnia con il Signore. “Noli foras ire, in teipsum redi, in interiore homine habitat veritas”, dice sant’Agostino in una delle sue frasi più celebri: ‘Non uscire da te, rientra in te stesso, perché nell’interiorità dell’uomo abita la verità’, abita Dio. In noi, nel silenzio, nella meditazione, nella preghiera troveremo il Signore.
E ciò non ci chiuderà e non ci incatenerà in un intimismo sterile; ma, al contrario, ci spingerà e ci aprirà verso il prossimo e verso il mondo. Maria, tutta incentrata nel Verbo fatto carne in lei, non restò ferma a Nazareth, si mise in viaggio, andò a servire la parente. E vi andò senza essere stata richiesta, senza che nessuno l’avesse sollecitata; o meglio, la sollecitò il bimbo presente in lei, la sollecitò l’amore; e l’amore spinge in avanti, fa muovere, fa sentire il bisogno di amare, di servire, anche con sacrificio e con rinuncia di sé.
Siamo vicini al Natale, ci prepariamo ad esso. Nel mistero il Signore Gesù chiede di poter rendersi presente in noi, di poterci abitare sempre più in profondità, sempre con maggiore pienezza. A noi lo sforzo e l’impegno di far conto della sua richiesta, di diventare luogo e spazio per lui; così da andare all’Ain Karem che lui ci indicherà per amare e servire i fratelli,
don Giovanni Unterberger
