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(Fil 3,17-21; Mt 9,18-26)
Belluno, chiesa di s. Pietro, 17 novembre 2019
“Mia figlia è morta proprio ora; ma vieni, Gesù, imponi la tua mano su di lei ed ella vivrà”. E’ la fede del capo della sinagoga di Cafarnao nella ‘mano’ di Gesù. ‘Quella mano può risuscitare mia figlia’, egli pensò, e vi fece ricorso. Non rimase deluso; Gesù entrò in casa, prese la fanciulla per mano -dice il Vangelo- e la fece alzare, la risuscitò.
Quanti prodigi compì la mano del Signore, quante guarigioni! Accostatosi alla suocera di Pietro, “la sollevò prendendola per mano; e la febbre la lasciò” (Mc 1,31); impose le mani sulla donna curva da diciotto anni, e quella “subito si raddrizzò” (Lc 13,11-13); “pose le dita della mano negli orecchi del sordomuto e con la saliva gli toccò la lingua, e subito gli si aprirono gli orecchi, si sciolse il nodo della lingua e parlava correttamente” (Mc 7,32-35). La mano del Signore ha fatto i cieli; la sua mano salva!
Gli ebrei si trovavano in esilio a Babilonia; era trascorso già molto tempo da quando Gerusalemme era stata presa e distrutta, e all’orizzonte non apparivano segni di liberazione. La speranza degli esuli era svanita. A quella gente il profeta disse: “Non è troppo corta la mano del Signore da non poter salvare” (Is 59,1); e Dio a loro: “E’ forse la mia mano troppo corta per riscattare, oppure non ha la forza per liberare?” (Is 50,2). Quelle parole richiamavano agli ebrei un evento importante della loro storia passata, quando Dio aveva liberato i loro padri dalla schiavitù dell’Egitto “con mano potente e braccio disteso” (Dt 26,8). Ora non dovevano dubitare della forza di quella mano e di quel braccio: “Forse che si è accorciato il braccio del Signore?”, aveva detto Dio nel deserto (Num 11,23).
La tentazione che il braccio e la mano del Signore siano troppo corti per noi, incapaci di soccorrerci nelle varie situazioni della vita, ci prende facilmente. E dubitiamo. Il Signore ci dia fede!
Una seconda considerazione. San Filippo Neri diceva: “Signore, tienimi la mano sulla testa, se no Filippo te ne combina delle belle!”. San Filippo era consapevole della propria debolezza; voleva bene al Signore, s’impegnava con tutte le forze a vivere il Vangelo, ma sapeva di avere una natura, come quella di ogni uomo, incline al male e al peccato; e che, senza l’aiuto e la grazia del Signore, si sarebbe perduto. Ricordiamo l’apostolo Pietro che durante l’ultima cena disse sicuro: “Signore, con te sono pronto ad andare in prigione e alla morte” (Lc 22.34), e dopo poche ore lo rinnegò. La presunzione è facile all’uomo! E’ facile credere di poter fare, di poter riuscire con le sole proprie forze! Sulla presunzione, figlia della superbia, gioca volentieri il diavolo; egli sa che la presunzione è la classica buccia di banana su cui l’uomo scivola, perché non chiede aiuto a Dio; perché, convinto di essere ‘forza’, mentre è ‘debolezza’, facilmente cede.
“Signore, tienimi la mano sulla testa!”. Lo diceva anche papa Luciani, aggiungendo qualche parola in più: “Signore, tienimi la tua mano sul capo, e fa’ che io tenga il mio capo sotto la tua mano”. Abbiamo bisogno di tenere il nostro capo sotto la mano di Dio, come il capo-sinagoga di Cafarnao volle che sulla sua figlioletta morta venisse posata la mano di Gesù. Ecco allora la preghiera, mezzo necessario di vita cristiana e mezzo concreto per tenere il capo sotto la mano del Signore, ed essere da lui custoditi, difesi, aiutati e salvati.
don Giovanni Unterberger